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A dieci anni dagli accordi di pace di Dayton, i Balcani sono ancora impantanati in un passato irrisolto. In questa fase critica della loro evoluzione, sarà necessario rivedere le vecchie ferite per poterle curare e guarire. Sono in corso alcune delibere sullo status finale del Kosovo e l’imminente referendum del 21 maggio in Montenegro per la determinazione del futuro dell’unione Serbia-Montenegro sarà decisivo per il futuro della regione. La morte di Slobodan Milosevic, l’attuale ricerca dei presunti criminali di guerra e il loro processo presso il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Yugoslavia (Icty), hanno esacerbato la necessità di dare finalmente una qualche conclusione alla storia turbolenta della regione.Trovare una formula strutturalmente equa, che riconosca, rispetti e sia accettata dai vari gruppi etnici della regione, sarà una sfida complessa, laboriosa e delicata. Si tratta, tuttavia, di una sfida inevitabile, specialmente se tutti gli stati dei Balcani devono, prima o poi, entrare a far parte dell’Unione Europea. Con la Bulgaria e la Romania pronte a entrare nell’Unione Europea nel 2007 e la conferma della candidatura della Croazia e della Ex Repubblica Yugoslava di Macedonia del 2005, si osservano grandi divergenze nel progresso generale della regione.Ad un recente incontro dei ministri degli affari esteri dei paesi dell’Unione Europea (10/11 marzo), sono stati confermati gli impegni presi dal Consiglio Europeo di Tessalonica nel 2003, secondo cui il futuro dei Balcani è nell’Unione Europea. Tuttavia, il linguaggio di questo impegno è più sfumato rispetto a quello espresso nel 2003. Il cosiddetto “sforzo dell’allargamento” e la limitata capacità di assorbimento dell’Unione Europea senza nuove strutture istituzionali significa che, realisticamente, per la maggior parte degli stati balcanici, l’appartenenza all’Unione Europea non si realizzerà per almeno altri dieci anni. La capacità degli stati membri dell’Unione Europea di promuovere la democrazia e la riconciliazione in tutta Europa è un fatto comprovato. Tuttavia, data la situazione particolare e sempre volatile dei Balcani, è chiaro che l’incentivo dell’entrata nell’Unione Europea non è sufficiente a stabilizzare e consolidare la regione.Lo stesso progetto europeo sta subendo le conseguenze del mancato attaccamento emotivo da parte di molti dei suoi cittadini. Con i Balcani alle prese con questa fase decisiva del proprio sviluppo, non soltanto le menti ma anche i cuori dei popoli balcanici hanno bisogno di essere confortati. Soltanto allora, la riconciliazione e il rispetto potranno essere apprezzati come strumenti vantaggiosi per ogni gruppo etnico e come fondamenta per la costruzione di un futuro più sicuro e interdipendente.L’Unione Europea incoraggia la creazione di una zona regionale di libero scambio basata sulla Cefta – la zona di libero scambio dell’Europa centrale – nell’ambito di un più ampio tentativo di incentivazione della collaborazione regionale. Proposte di questo tipo dovrebbero essere veramente incoraggiate. Si deve tuttavia osservare che la volontà politica ed economica non è sufficiente, da sola, a tenere a bada la ripresa delle tensioni etniche e religiose nella zona. Qui, le Chiese e le comunità religiose, ovviamente già attive, devono proseguire i propri sforzi. Anche le Chiese locali delle altre regioni d’Europa devono intensificare il proprio sostegno alle Chiese della regione per permettere ai popoli balcanici di essere gli artefici e i padroni del proprio futuro.