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Cosa c’entrano con il Convegno di Verona un gruppo di bambini di Beslan che giocano con i coetanei delle scuole italiane, un cardinale e un ebreo che dialogano a Camaldoli, un’ex prostituta che racconta in cattedrale la sua storia di schiavitù e di riscatto? C’entrano eccome: sono segni di speranza, quelli che il cammino di preparazione al Convegno si è impegnato a cercare e offrire, nei vari ambiti dell’esperienza umana.
Le “Piazze di maggio”, promosse dall’8 al 14 maggio dalla Chiesa di Arezzo – Cortona – Sansepolcro e da Rondine – Cittadella della pace, all’interno del percorso itinerante disegnato dal Progetto culturale della Cei, hanno aggiunto un tassello ulteriore al mosaico di Chiesa missionaria che si sta costruendo mentre si avvicina l’appuntamento veronese. Lo riconosce il vescovo della diocesi toscana, Gualtiero Bassetti, al termine del nutrito calendario di eventi: “Per una settimana intera, la pastorale è uscita fuori dalle chiese e dalle sacrestie e ha portato l’annuncio del Vangelo, i segni della speranza del Risorto, nelle realtà della vita dell’uomo”.
E qui ha cercato di ascoltare le domande emergenti. “Abbiamo potuto agganciare – prosegue il vescovo – i semi di speranza che si trovano nelle varie culture. L’esperienza di questi giorni rimane per noi come un modello di Chiesa e costituisce un’indicazione preziosa per il Convegno di Verona”.
L’ambito in esame era quello della cittadinanza, ma il ventaglio dei temi toccati è stato molto più ampio. I cittadini delle “Piazze di maggio” hanno rivolto lo sguardo all’Africa e al Medio Oriente, ai conflitti dimenticati del Caucaso e al rapporto tra Islam e cristianesimo. Numerose le tavole rotonde e le rappresentazioni artistiche, gli incontri nelle scuole e i momenti di spiritualità, con gli affreschi di Piero della Francesca a fare da cornice: il messaggio di questa quarta tappa di riflessione verso Verona sta anche nell’attenzione dimostrata nei confronti di tutti, compresi quei “cittadini dimenticati” che vivono in carcere e coloro che, nella società del benessere apparente, sono colpiti dalla sofferenza.
La “città sanata” che emerge dalla settimana di Arezzo ha un punto di forza nell’impegno per la pace. “Una pace – spiega ancora mons. Bassetti – che si costruisce soprattutto attraverso la cultura. Non possiamo continuare a invocare la pace se poi negli ambiti della vita quotidiana non riusciamo a trovare dei gesti, dei segni concreti, delle collaborazioni effettive che parlino di accoglienza e riconciliazione”. La pace è anche la vocazione di Rondine, la cittadella alle porte di Arezzo risorta dopo l’abbandono per ospitare iniziative di formazione e di servizio e che oggi comprende la Scuola europea della pace e lo studentato internazionale “A tavola col nemico”: quattordici ragazzi provenienti dai Paesi di guerra che vivono, lavorano e studiano fianco a fianco. Un altro segno di speranza.
Dell’associazione “Rondine” è presidente Franco Vaccari. È sua la definizione più efficace di cittadinanza: “Rendere piazze frequentate quei luoghi che abitualmente sono chiusi, talvolta chiusi anche alla speranza”. È la sfida, vinta ad Arezzo, di testimoniare la speranza cristiana attraverso un modo nuovo di essere cittadini, in cui dimensione globale e locale si intrecciano e arricchiscono. Perché, se è difficile incontrare e accogliere i mondi lontani, altrettanto lo è ritrovarsi in quelli vicini. In queste giornate, invece, la città ha riscoperto che ha un carcere, molti non credenti hanno varcato le porte dei monasteri di clausura, l’ospedale è stato vissuto in maniera nuova. Anche le aziende sono apparse in una luce diversa. Tirando le somme: la speranza si rigenera quando le persone si incontrano in modo autentico.
Un altro risultato emerge al termine della tappa toscana. Ad Arezzo il Convegno di Verona è ormai patrimonio di tutti: cattolici e laici. “Non siamo rimasti tra di noi – riconosce Franco Vaccari – e ci sono venuti incontro mondi tutt’altro che insensibili alla proposta cristiana”. Le “Piazze di maggio” non alimentano illusioni, ma insegnano che non si costruisce la cittadinanza o la civiltà con una cultura presuntuosa, che si ritiene autosufficiente.
“Siamo fieri del nostro patrimonio – conclude il presidente di Rondine – Non possiamo fingere di non averlo. Ma non ci fa paura il dialogo con gli altri”. Ad Arezzo si è avviato il laboratorio di una nuova cittadinanza e di una comunità cristiana più aperta alla missione. La Chiesa è uscita in città. E la città non si è tirata indietro.
Ernesto Diaco
(17 maggio 2006)