Uno squarcio sul futuro

VITA AFFETTIVA: INCONTRI

Il primo dei cinque ambiti proposti alla riflessione in preparazione al IV Convegno ecclesiale di Verona è quello della vita affettiva. “Non a caso, poiché è proprio a livello affettivo che l’uomo fa esperienza primaria della relazione con e per l’altro, sperimenta l’accoglienza o il rifiuto, esprime il desiderio di felicità insito nel suo cuore”, osserva Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, presidente dell’Aippc (Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici), convinto che “l’affettività è la parte di noi più messa in gioco e che ci fa più soffrire. Ma se correttamente e armoniosamente vissuta può costituire anche una formidabile risposta alle domande di senso e di reciprocità dell’uomo”, e quindi “aprire alla speranza”.

Vita affettiva: quali sono, secondo la sua esperienza, le principali difficoltà vissute dalle persone?

“Il problema con cui mi trovo a confrontarmi tutti i giorni è quello della crisi della relazione interpersonale. Oggi per molti è difficile anche guardarsi in faccia o stringersi la mano, figuriamoci quando si tratta di amarsi ed essere amati stabilendo rapporti duraturi. La sfera delle relazioni è un’area debole e compromessa perché è in crisi la nostra identità che, dal punto di vista psicologico, è innanzitutto maschile e femminile. La pubblicità e i massmedia, del resto, propongono sempre più spesso modelli ambigui che si ispirano a una sorta di fluidità di genere. Se l’identità di genere è messa in discussione si smarrisce il valore della differenza e della reciprocità sessuale e si spezza il primo anello della catena delle relazioni interpersonali. Occorre innanzitutto essere se stessi per essere con qualcuno e per qualcuno”.

Che conseguenze implica questa crisi?

“Vengono da me maschi profondamente incerti e depressi, e donne, a loro volta, spinte verso modelli assertivi e androgeni. Di qui relazioni affettive frammentate e superficiali, caratterizzate da forte emozionalità e da incapacità di essere fedeli e costruire progetti a lungo termine. Una crisi di identità che investe anche la famiglia e compromette la capacità di svolgere il compito richiesto ai genitori”.

In che misura si sente interpellato da questa realtà?

“Quest’uomo così frammentato e incapace di relazionarsi, addolorato e fragile nella sua solitudine, mi chiama in causa come terapeuta, ma anche come persona e come credente. Di fronte a una solitudine esistenziale che, paradossalmente, in una società sempre più caratterizzata da sistemi di comunicazione comodi e veloci, si riscontra in continua crescita, sono convinto che per l’uomo sia sempre possibile incontrare un altro uomo, a condizione di andare oltre la visione antropologica dei nostri giorni, chiusa e appiattita sul presente. Occorre aprire non uno spiraglio, ma piuttosto uno squarcio sul futuro. Con uno sforzo per identificare i segni di speranza in grado di riempire un vuoto che, dal mio punto di vista, solo l’incontro autentico con Cristo può colmare”.

Come emerge la fede dall’attività di psicoterapeuta?

“Non è un mistero per i miei pazienti, alcuni dei quali parlano con me anche di questi temi. Il mio compito, in tal caso, è quello di intercettare e portare alla luce, se c’è, la loro domanda di fede e di affidarli, per questo particolare aspetto, a chi può aiutarli e accompagnarli in un eventuale cammino. Il tema religioso fortunatamente non è più un tabù all’interno della psicoterapia. Un tempo la psichiatria aveva assunto una posizione atea e si riteneva che il terapeuta fosse, o dovesse essere, neutro. Sappiamo, in realtà, che nulla può essere neutro; il credere, come il non credere, influenza lo psichiatra che immette nella terapia anche il proprio bagaglio di principi, valori ed esperienze. Se, personalmente, si trova a vivere un’esperienza affettiva e familiare solida e serena, saprà già trasmettere al paziente, con il suo solo atteggiamento, fiducia e ottimismo nelle relazioni interpersonali. Se è saldamente ancorato alla fede, oltre a intervenire con gli strumenti terapeutici più appropriati, sarà naturalmente un testimone di speranza in grado di indicare quelle risposte di senso che vengono sovente espresse attraverso la sofferenza psichica. Sono convinto che oggi sia importante parlare di fede e di speranza alla vita della gente con l’interezza del nostro essere; nel mio caso negli ambiti di mia pertinenza e attraverso i miei ruoli di marito, padre, docente, psicoterapeuta. Ritengo che un’esistenza familiare e professionale serena e condotta in una prospettiva di fede dia quella gioia che, da sé, parla alla vita delle persone”.

(26 maggio 2006)