VITA AFFETTIVA: INCONTRI
Vivere l’affettività tra genitori e figli quando si è in carcere non è certo facile. Numerose sono le problematiche psicologiche e gli ostacoli concreti all’esercizio della paternità e maternità, e pesanti possono essere le ripercussioni sui figli. Ma nel complesso universo del carcere c’è qualcuno che prova a venire incontro a queste difficoltà.
Tra le numerose realtà di volontariato, cattolico e laico, che operano in tal senso, dal 1997 è attiva a Milano, presso il carcere di San Vittore, l’associazione Bambinisenzasbarre, con le sue diverse attività: colloqui individuali con il genitore detenuto; “gruppi di parola” sul tema della genitorialità con esperti o momenti di riflessione tra detenuti; i “colloqui domenicali” con i figli della durata di due/tre ore anziché una; un atelier per la confezione, da parte delle madri detenute, di “oggetti relazionali” da regalare ai figli; e, di recente, uno “spazio d’attesa” per i bambini (lo “spazio giallo”) per intrattenerli nelle lunghe ore di attesa prima di poter incontrare il genitore.
Spesso l’associazione continua l’accompagnamento anche fuori dal carcere. Ogni anno vengono seguiti in maniera continuativa almeno 50/60 casi, da una ventina di volontari. Ne abbiamo parlato con Lia Sacerdote, presidente dell’associazione Bambinisenzasbarre.
Il carcere separa genitori e figli: quali sono le difficoltà maggiori?
“L’interruzione dei rapporti con la famiglia crea una serie di problemi. Continuare a gestire la vita dei figli diventa a volte impossibile e complicato. Dipende innanzitutto dalla volontà della famiglia che sta fuori. Grande è la differenza se è in carcere un padre o una madre. Per la madre la situazione è di emergenza: il periodo più duro è l’attesa del giudizio, perché l’arresto improvviso provoca una interruzione brusca del rapporto con il figlio. Se non ci sono parenti che possono occuparsene avviene l’affidamento del bambino al comune di residenza, quindi l’inserimento in comunità. Se la detenzione della madre si prolunga, viene invece coinvolta una famiglia affidataria. Inizia un percorso molto difficile. Noi accompagniamo il genitore detenuto per facilitare i rapporti con i servizi sociali e i colloqui con il bambino. Quando invece è in carcere il padre la situazione è apparentemente più semplice perché il bambino vive con la madre. Ma il problema è che spesso si interrompe la situazione affettiva nella coppia, e il bambino non vede più il padre. Noi cerchiamo di far capire che è meglio, per lo sviluppo psico-fisico del bambino, continuare ad avere rapporti con il genitore. Quando la moglie capisce, il rapporto viene facilitato. Se necessario i nostri volontari accompagnano il bambino in carcere al posto della madre”.
I bambini riescono, nonostante tutto, ad avere una crescita equilibrata?
“La nostra esperienza dice di sì, nel momento in cui si sblocca la situazione di rimozione o di cancellazione di un genitore. Se il bambino conosce la verità (non è necessario sapere i motivi per cui è in carcere), sa che il genitore non è sparito e si libera di un blocco che potrebbe influenzare negativamente la sua crescita. I bambini cominciano così a entrare in una situazione di normalità: hanno un genitore che vedono ogni tanto e a cui possono chiedere un parere o raccontare quello che fanno. Mentre il genitore può finalmente dire la sua sulle scelte delle figlio. Si normalizza una situazione altrimenti molto complicata. Due momenti molto delicati su cui lavorare sono invece l’entrata e l’uscita dal carcere: il genitore ricorda alcune cose, invece gli anni sono passati, quindi il cambiamento va preparato”.
Vi occupate anche delle mamme con bambini in carcere?
“Solamente in uscita e quando possono fruire delle misure alternative previste. In questo senso abbiamo la situazione legislativa più avanzata in Europa, il problema è che spesso non viene applicata e le persone non sanno che possono usufruirne. Quando la donna è in carcere con il bambino piccolo, che dovrebbe separarsi traumaticamente dalla madre all’età di 3 anni, cerchiamo di trovare una comunità che accolga entrambi, ottenendo misure alternative come gli arresti domiciliari… Spero sia abbastanza vicino il momento in cui i bambini non entreranno più in carcere”.
Quindi le situazioni affettive, se accompagnate, possono reggere anche lo scoglio del carcere… Avete tanti motivi di speranza?
“Ho solo in mente storie positive. Davvero il genitore che è in carcere può, limitatamente dalle condizioni, continuare a occuparsi dei figli. E i figli non perdere il genitore. L’abbiamo visto anche con padri che hanno commesso reati importanti e vengono ritenuti detenuti scomodi. Questa evoluzione della relazione genitoriale permette anche di fare un processo di evoluzione totale della persona che fa vivere in modo diverso il periodo della detenzione, con una prospettiva, un progetto dopo il carcere. Se il carcere diventa anche un tempo dedicato a sviluppare la relazione genitoriale, questo diventa una risorsa per la persona”.
(14 giugno 2006)