TOSCANA

Famiglie meno sole

Un piano sperimentale per assistere i malati mentali

Mille euro al mese per un’adozione a tempo pieno, 500 per una part-time. Le tariffe sono quelle, ma il progetto ha un’impronta umanitaria e non certo tarata sul portafoglio: si tratta di accogliere in famiglia un malato psichico, con patologie come depressione o psicosi stabilizzate, quindi persone che non sono in alcun modo pericolose, ma sole sì e che cercano sistemazioni alternative agli istituti. È questo il piano sperimentale, primo in questo genere, finanziato dalla Regione che riguarda per il momento la Asl di Piombino e Val di Cornia: le famiglie che sono interessate a partecipare possono contattare direttamente l’azienda sanitaria dove le domande saranno poi esaminate da psicologi ed esperti.L’adozione part-time consiste nell’ospitare il malato psichico soltanto la sera a dormire mentre il resto del giorno lo passa in uno dei centri diurni della Asl. Non solo. Nascono i Servizi di assistenza psicologica per i detenuti delle carceri toscane. È stato, infatti, sottoscritto un Protocollo d’intesa tra l’assessorato regionale per il Diritto alla salute, il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e la Fondazione “Giovanni Michelacci” per la costituzione di questi nuovi servizi, pensati per intervenire là dove si concentrano le criticità più gravi e preoccupanti, dagli autolesionismi ai tentati suicidi, ai suicidi. Con quest’accordo la Regione Toscana si impegna a sostenere con 70.000 euro l’attuazione del progetto “Reintegrare” che ha come obiettivo il potenziamento negli istituti di reti operative interprofessionali, aperte ed in collegamento con reti esterne di enti pubblici e del privato sociale, per la presa in carico da parte di esperti psicologi delle detenute e dei detenuti in crisi per l’incarcerazione e rischio di suicidio.Andare incontro. La rete dei servizi per la salute mentale? Ben vengano iniziative come quelle del Asl di Piombino. Ma, in generale, è troppo burocratica, troppo lontana dai pazienti e i servizi non sono adeguati. Sono sulla stessa lunghezza d’onda padre Renato Ghilardi, incaricato regionale per la pastorale della sanità della Conferenza episcopale toscana, e Gianni Di Norscia, già primario di psichiatria e docente di psicologia clinica all’Università di Firenze, per il quale “bisogna andare incontro ai malati mentali. Gli operatori devono cercarli con sensibilità. Ciò significa che è necessario muoversi, non stare lì in studio, in ambulatorio, ad aspettare la visita della mutua. Andare a portare il peso della malattia insieme ai familiari”.Secondo il Censis, un italiano su cinque accusa disturbi psichiatrici di varia natura e intensità, ma, al tempo stesso, c’è carenza di servizi. “Ci troviamo di fronte – continua lo psichiatra – a un sistema povero di operatori che vanno incontro al paziente con la sensibilità e con le cure appropriate. Il problema non è solo la formazione e l’aggiornamento professionale, è il reclutamento del personale. Quali operatori possono entrare in rapporto con i pazienti, con i familiari, o sono capaci di andare a domicilio e creare un campo di incontro, di compassione? Manca la cultura della visita domiciliare. Altro esempio di mal operatività è quello delle strutture residenziali che si stanno riducendo tutte a spazi di lungodegenza, proprio per le carenze di personale adeguato”. Meno burocrazia. Le famiglie di un malato psichico “hanno tante sofferenze da dire, ma non sanno a chi rivolgersi”, ma per Di Norscia “si possono fare dei servizi mirati a sostegno delle famiglie”. Il vero problema è l’approccio troppo “burocratico” del sistema sanitario: “Oggi manca il rischio del coraggio, quell’operare creativo, che è stato anche alla base della legge Basaglia. Il cancro di oggi è il sistema aziendalistico, che incide molto sul comportamento degli operatori. È basato sulla burocrazia, sul controllo, sui conti, sui diagrammi, sulle statistiche. Ma chi va incontro al paziente, magari andando anche oltre le norme?”.Sull’argomento concorda anche padre Renato Ghilardi: “Il malato chiede che la professione sanitaria abbia, all’interno di un servizio non irretito dalla burocrazia, un’anima e un cuore; che le ragioni dell’economia e della riorganizzazione sanitaria non prevalgano sull’intangibile centralità della persona; che la comunità cristiana, in particolare, sia luogo che educa alla cura della salute e sia più attenta al mondo della sofferenza e della malattia come terreno privilegiato del Vangelo, rinnovando la pastorale sanitaria nel suo aspetto di evangelizzazione per soddisfare le nuove esigenze di dialogo, di accompagnamento umano, di spiritualità matura”.”Siamo abituati a guardare al malato – conclude padre Ghilardi – come a un soggetto passivo, al quale fare visita, prestare servizi e cure. Egli, invece, se frequentato e ascoltato con amore e attenzione, può diventare un soggetto attivo principe, in grado di donare ai sani più di quello che riceve, di restituire più di quello che chiede. Questo vale in rapporto ai familiari e agli amici, ai medici e agli infermieri, alla comunità ecclesiale e alla società civile”.a cura di Simone Pitossi(21 giugno 2006)