Mons. Joan-Enric Vives Sicilia, vescovo della diocesi catalana d’Urgell e co-principe di Andorra ha chiesto che i governanti catalani “applichino con saggezza lo Statuto catalano” che è stato approvato domenica 18 giugno con il 74% dei voti”. Il presule ha dichiarato che il fatto che la metà dei cittadini di questa “regione della Spagna” si sia astenuto dal voto deve fare “riflettere” e ha chiesto ai governanti di cercare “la partecipazione di tutte le idee e sensibilità”. Il vescovo ritiene che in questo ordinamento, sostitutivo di quello del 1979, non ci sia “una via per l’eutanasia e l’aborto libero”, come è stato denunciato da gruppi cattolici durante il referendum. Ha tuttavia ricordato che “alcuni aspetti del testo sono preoccupanti”. “Nazione catalana” è un concetto che già nel 1985 i vescovi catalani espressero nel documento “Radici cristiane della Catalogna”. Il vescovo Vives ha chiesto serenità e anche uno “sforzo” per superare letture “sfiduciate” di questo testo al punto di ritenerlo il segno di “una rottura della Spagna o una mossa non rispettosa della Costituzione”. I vescovi catalani in una nota precedente sul nuovo Statuto Autonomo della Catalogna lo avevano valutato “positivamente” in quanto avrebbe potuto condurre “al progresso nell’autogoverno della Catalogna, al supporto della lingua e della cultura catalane, a miglioramenti nell’economia e nella finanza”. Tuttavia avevano ribadito la loro forte “preoccupazione” su alcuni temi come “vita, matrimonio e famiglia, dignità della persona umana, libertà di insegnamento, rispetto per i più deboli, specialmente i nascituri e i malati terminali”. In questo senso avevano ribadito che il titolo primo di questo Statuto che ora entrerà in vigore evidenziava “criteri che contraddicono lo spirito dell’umanesimo cristiano”.