Una sorta di cipolla

LAVORO E FESTA: INCONTRI

“Cerchiamo di avere sempre una grande professionalità, coniugata con l’Amore, che è poi accettare una persona per quello che è, impegnandoci in un percorso di miglioramento reciproco. In fondo si tratta del concetto di sviluppo sostenibile applicato alla persona”: questo pensiero, di un “progettista”, figura di educatore che idea e coordina i progetti formativi in un centro di formazione professionale della “Casa di carità arti e mestieri” di Torino, dice lo spirito con cui si opera nelle scuole cattoliche.

Un altro docente descrive cosa sia – a suo avviso – la “Casa di carità”: “È una sorta di cipolla. L’amore è ciò che tiene insieme tutto, permette di dare e ricevere. Speranza è sperare nelle persone ed è un dare speranza alle persone, è aver fiducia nella loro crescita, nei loro talenti, è aiutare una persona a credere nelle proprie potenzialità”.

Un terzo docente aggiunge: “Speranza è vivere in un certo modo il tempo e le cose che accadono nel tempo, è credere nel potere del seme”. Un altro dice: “Guardo i miei ragazzi: io ero al loro posto qualche anno fa, mi rivedo in loro, io li amo…”. Per riflettere sulla “speranza” nel mondo della formazione, il SIR ha intervistato Attilio Bondone, direttore generale della “Casa di carità arti e mestieri” di Torino, nonché presidente nazionale della Confap (Confederazione nazionale formazione aggiornamento professionale).

Come sono i giovani che studiano nei centri di formazione professionale e quale “speranza” hanno?

“I giovani che studiano nei centri di formazione professionale (Cfp) non sono diversi da qualsiasi giovane d’oggi. Diciamo che potremmo dividere i ragazzi e le ragazze che vengono nei Cfp in tre gruppi: alcuni, in particolare quelli che vivono nelle province, hanno ereditato dalla famiglia una forte cultura del lavoro e ciò che chiedono è di essere preparati per entrare al più presto, con dignità e professionalità, nel mondo del lavoro; altri, in particolare i giovani migranti, cercano una strada che attraverso la formazione porti al lavoro come chiave non solo per il proprio sostentamento ma anche per la propria promozione sociale; altri, infine, sono disorientati, con molti fallimenti scolastici alle spalle e senza un progetto chiaro (o con tanti progetti che non riescono a perseguire con costanza). Diciamo che, in misura diversa, tutti ci chiedono di costruire con loro un progetto professionale e umano”.

Rispetto a una società che incita allo studio il più elevato possibile, i giovani dei centri professionali mostrano qualche “complesso di inferiorità”?

“Non c’è senso di inferiorità, anche se in molti, negli anni, matura la consapevolezza che lo studio è importante: circa metà degli allievi dei centri di formazione professionale torna a scuola per proseguire e completare gli studi entro i primi anni successivi all’acquisizione della qualifica professionale e dell’inserimento al lavoro”.

Il lavoro manuale, di tipo tecnico, può facilitare, oppure allontana da un cammino religioso i giovani d’oggi?

“Il pensiero cattolico ha sempre legato strettamente il lavoro con la realizzazione umana e spirituale. E in modo particolare la tradizione cattolica ha valorizzato il lavoro manuale ( Ora et labora ), i santi sociali che hanno fondato tante scuole professionali, la stessa figura di Gesù artigiano, falegname. L’Enciclica Laborem Exercens ci ricorda, però, un aspetto peculiare del lavoro manuale odierno, nel quale, in alcuni casi, la tecnica da alleata può anche trasformarsi quasi in avversaria dell’uomo, come quando la meccanizzazione del lavoro soppianta l’uomo. Occorre lavorare per ribadire, anche nei nostri ragazzi, l’idea che non è il tipo di lavoro svolto che dà senso all’esistenza e alla dignità dell’uomo che lavora, ma è l’uomo, spesso, a dover dare un senso al suo lavoro. Un senso che si ricolleghi con l’impegno comune a operare per il bene di tutti, anche svolgendo con serenità (“in pace”, dice S.Paolo) il lavoro che a ciascuno è chiesto di fare. E questo senso di pace non può che essere collegato al cammino religioso di ciascuno”.

Ha qualche esperienza significativa nei suoi rapporti coi giovani della “Casa di carità” che può raccontare, alla luce del suo valore spirituale?

“Una ricerca della facoltà di psicologia di Torino ha intervistato ragazzi dei centri di formazione, registrando quelli che vengono chiamati i diari dello stupore, cioè quello che ha stupito i ragazzi nell’incontro con il mondo della formazione. Ciò che è emerso è stato importante per noi, perché ci ha confermato che sono stati trasmessi i valori e i sentimenti che volevamo che guidassero il nostro lavoro: … Ci ha stupito il calore con cui ci hanno accolti il primo giorno, si vede che non vedevano l’ora che arrivassimo per aiutarci ad imparare il mestiere che abbiamo scelto (15 anni CFPA). Mi immaginavo una scuola normale, invece qui hanno proprio investito su noi allievi, si vede proprio che vogliono che TUTTI capiamo, non solo il voto (17 anni, CFPA). Qui sei più seguito, se sei assente, ti chiamano a casa… In un certo senso è meglio perché non puoi restare sempre ignorante e maleducato… I ragazzi, anche inconsapevolmente, condividono il progetto che ci guida”.

(23 giugno 2006)