UNIVERSITÀ

La principale risorsa

Simposio Ccee a Roma su impresa e umanesimo cristiano

L’umanesimo cristiano è “un terreno quanto mai favorevole alla crescita e alla salute di lungo periodo dell’economia d’impresa”. Lo ha detto il card. CAMILLO RUINI , vicario del Papa per la dicesi di Roma e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), aprendo il IV Simposio dei docenti universitari europei, svoltosi nei giorni scorsi a Roma, per iniziativa del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee) e dell’Ufficio di pastorale universitaria della diocesi, sul tema: “Impresa e umanesimo cristiano”. Anche l’economia d’impresa, ha proseguito il cardinale, ha almeno un “interesse interno” a favorire “la crescita di un tale umanesimo, nel rispetto della libertà delle persone e dei corpi sociali, e in particolare della libertà religiosa”. IMPRESA E “UMANESIMO CRISTIANO”. L’uomo è “la principale risorsa dell’uomo” e “il fattore decisivo” dello sviluppo e della stessa produzione di beni. Questa della Centesimus Annus (n. 32), secondo il presidente della Cei, è oggi una “affermazione largamente condivisa”: se è vero, significa allora che “la formazione della persona è una finalità ‘interna’ dell’impresa, qualcosa che appartiene costitutivamente al sua dinamismo e alla sua etica intrinseca, non solo e non primariamente una norma che le viene ‘da fuori, da esigenze etiche o religiose o sociali o politiche a lei estrinseche”. Di qui la centralità dell'”umanesimo cristiano”, che Ruini ha sintetizzato in tre “tratti comuni”: “Esaltare la dignità dell’uomo – di ogni singolo uomo – al livello più alto possibile, come già sottolineava Hegel; quello di riconoscere la radicale debolezza dell’uomo e la sua necessità di essere salvato, come insegnano San Paolo, Sant’Agostino e poi Blaise Pascal, che evidenzia il paradosso della grandezza e miseria dell’uomo; affermare ed esigere che sia messo in pratica il vincolo di fraternità, universale e concreta, che unisce l’intera famiglia umana in Cristo, anche qui secondo l’insegnamento di San Paolo”. PER UNA CIVILTÀ “UMANISTICA”. Contribuire alla costruzione di una civiltà “umanistica”, quella cioè in cui – come già auspicava Kant – “la persona umana sia il valore centrale, sempre il fine e mai il mezzo”, secondo Ruini “rientra nelle finalità e nell’etica interna dell’impresa”, così come, “reciprocamente, tutto ciò che contribuisce alla formazione della persona e alla costruzione di una civiltà umanistica giova, almeno tendenzialmente, all’affermarsi del sistema delle imprese”. “Un umanesimo il quale cresca e si affermi nel contesto di una civiltà la cui fondamentale forma di organizzazione economica è l’economia d’impresa – è la tesi centrale del relatore – sarà un umanesimo parzialmente nuovo rispetto a quelli precedenti”, soprattutto “alla luce del legame tra impresa e scienze moderne, con le connesse tecnologie e con il loro enorme dinamismo innovativo”. QUALE “MODELLO” D’IMPRESA? Il modello d’impresa descritto nella Centesimus annus “non è frequente e non costituisce la maggioranza di ciò che esiste nella realtà”, né si può dire che il significato dato al lavoro dalla Laborem exercens sia “ampiamente condiviso. La preoccupazione è di ALBERTO COVA , dell’Università Cattolica di Milano, che delineando in termini storici il rapporto tra impresa e lavoro ha sottolineato: “Abbiamo assistito ad un processo di dissociazione dell’uomo dal suo lavoro e dalla disgregazione delle relazioni sociali all’interno delle imprese, un processo che ha interessato moltissimi e che si è svolto con marcati caratteri di disomogenità innanzitutto nel tempo”. Giovanni Paolo II insegna che l’impresa “è una comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società”. I MANAGER E IL “BENE COMUNE”. Nell’impresa, il “bene comune” non va considerato un obiettivo astratto o retorico, ma un vero e proprio “dovere” del manager, se vuole rispondere alle finalità “pubbliche” insite in ogni assetto aziendale, inteso come insieme di persone le cui attività sono orientate ad una “attiva partecipazione” alle sorti dell’impresa. Ne è convinto PETER KOWSLOWSKI , dell’Università di Amsterdam, secondo il quale “l’idea del bene comune di una istituzione dimostra che le istituzioni non possono raggiungere le loro prestazioni ottimali ed operare diligentemente senza anticipare il loro bene comune nelle decisioni improntate all’interesse delle singole persone che vi agiscono”. Sempre maggiori “competenze” specifiche e figure di “esperti”, per far fronte alle continue sfide poste dalle innovazioni tecnologiche e da un mercato sempre più competitivo: è una delle caratteristiche salienti dell’attuale panorama imprenditoriale, ad avviso di DAVID J. TEECE , dell’Università di Berkeley. L’impresa moderna, basata sull'”organizzazione delle conoscenze non può essere impostata semplicemente sullo schema ‘il capo e i subordinati’. Deve essere una struttura relativamente snella, che distribuisca la leadership e le équipe autonome”.