BASILICATA

Sul modello di Barbiana

Un piano per il diritto allo studio

La Giunta regionale della Basilicata ha reso noto nei giorni scorsi l’approvazione del “Piano regionale per il diritto allo studio e dell’offerta formativa integrata 2006/2007”, del quale vengono elencati capitoli di intervento e di spesa.Gli obiettivi delle strategie di politica scolastica regionale sono sintetizzati in lotta alla dispersione scolastica e valorizzazione dei talenti e delle eccellenze; supporto a famiglie e studenti per l’esercizio concreto del diritto allo studio; sostegno all’autonomia delle istituzioni scolastiche e al loro raccordo con il territorio (da quest’anno verrà assegnata alle amministrazioni locali una funzione di interlocuzione, raccolta e selezione dei progetti, per favorirne l’aderenza ai bisogni della comunità locale e gli scambi con l’ambiente economico e sociale); sostegno alla formazione permanente e ai percorsi d’istruzione integrati con il mondo del lavoro, della ricerca e l’università.Il Piano interviene su di una popolazione scolastica che conta 95.474 iscritti, per l’anno 2006/2007, con un lieve decremento rispetto all’anno scolastico appena concluso (-1,40%). La maggiore flessione di iscritti si registra nelle scuole medie (-6,53%), mentre si riscontra un incremento di iscritti nelle scuole superiori (+1,25%).Cambiamento culturale in atto. “Il Piano – spiega Anna Maria Bianchi, presidente regionale dell’Aimc (Associazione italiana maestri cattolici) della Basilicata – è la declinazione per il 2006/07 della legge regionale n. 21 per il diritto allo studio, che risale al 1979″. Quando fu promulgata “la legge rispondeva a un cambiamento socio-culturale di rilievo: passare dall’obbligo scolastico al diritto allo studio, spostando l’attenzione su quello che Regione ed enti locali erano tenuti a fare per dare attuazione al dettato costituzionale di rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono a una reale uguaglianza dei cittadini”. “Il nostro momento storico – aggiunge Bianchi – è segnato da un altro cambiamento socio-culturale di rilievo: il passaggio dal diritto allo studio al diritto all’istruzione e formazione, con il dovere per le istituzioni preposte di garantire il successo formativo di tutti e di ciascuno”. Ne deriva il bisogno diffusamente avvertito di “una revisione organica della legge 21, dato che i ritocchi annuali, al di là delle buone intenzioni, non riescono ad assicurare uno strumento adeguato alle esigenze del momento”.Dispersione scolastica. La lotta alla dispersione scolastica, per Bianchi, “dovrebbe essere preceduta da una sorta di prevenzione, che comincia fin dal primo ingresso del bambino nella scuola, assicurandogli le migliori condizioni per frequentarla con piacere e con profitto”. Chi, infatti, risulta escluso “dalla frequenza della scuola dell’infanzia per mancanza di trasporto e di accompagnamento; chi può frequentare la scuola primaria solo nelle ore antimeridiane per gli stessi o altri impedimenti strumentali; chi non può accedere a servizi culturali aggiuntivi (e sono sempre quelli che più ne avrebbero bisogno perché vivono in zone rurali, in ambienti culturalmente poveri, in situazioni di disagio) è candidato alla dispersione già dai tre anni”. Valorizzazione dei talenti. Riguardo alla valorizzazione dei talenti e delle eccellenze, “i progetti già proposti dei Cento talenti e delle Valli della conoscenza costituiscono iniziative positive, perché contrastano la fuga dei cervelli e cercano di trattenere in Basilicata, per la Basilicata, le potenzialità di maggior spicco”. Tuttavia, “una scuola autenticamente inclusiva dovrebbe assumere come parametri di riferimento quelli della scuola di Barbiana: curare pervicacemente l’eccellenza di ciascuno. Andrebbe allora chiarito, in premessa a un documento sul diritto all’istruzione e formazione, quale idea di scuola e di società sostiene il progetto d’intervento: è per un modello della concorrenza esasperata o per un modello solidale? Le scelte operative dipendono molto dalla mission che si affida socialmente alla scuola”.Supporto alle famiglie. “Il criterio di ispirazione – commenta Bianchi – è ancora quello di capaci e meritevoli in disagiate condizioni economiche. Il punto in discussione è l’accertamento di tali condizioni. Affidarlo alla sola presentazione della denuncia dei redditi non garantisce l’equità sociale: non sempre chi dichiara l’indigenza è davvero indigente; spesso chi avrebbe maggior bisogno, ha pudore a mostrarlo”. Occorrono, secondo Bianchi: “Strumenti più sensibili e una interazione da rendere abituale non solo con i servizi socio-assistenziali delle Asl, ma anche con soggetti sociali intermedi, associazioni di volontariato, punti di osservatorio locali anche diocesani come la Caritas, che hanno il polso della situazione reale”.a cura di Chiara Santomiero(28 giugno 2006)