Il valore del limite

TRASMISSIONE DELLA FEDE: INCONTRI

Una presenza “muta”, ma che proprio dal suo apparente silenzio “parla” alla comunità cristiana e più in generale “a tutti gli uomini”, ricordando loro che “l’umanità è relazionalità, non individualità o individualismo. L’uomo può rifiutarlo, ma è provocato dal disabile, che in un certo senso svela all’uomo la sua piena umanità”.

A partire dalla “fragilità”, dal “senso del limite” che ti porta “ad aver bisogno dell’altro come luogo di ricchezza in cui si cresce vicendevolmente”. Don Luca Palazzi, sacerdote della diocesi di Modena – anche lui disabile – racconta al SIR cosa significa “trasmettere la fede” nell’ambito della catechesi dei disabili, partendo dalla consapevolezza dell’esperienza sul campo. Come quella dell’associazione “Beati noi”, composta di persone disabili e non, che in diocesi di Modena si incontra periodicamente per “rileggere il tema del limite”, ognuno dal proprio punto di vista.

“L’idea di partenza è quella di cercare luoghi di dialogo, di confronto, per abbattere le barriere. L’obiettivo, però, è che ognuno rimanga lì dov’è: non si chiede di diventare normali. Si è felici nella disabilità, non quando si diventa come gli altri”. Abbiamo intervistato don Luca Palazzi a Olbia, mentre partecipava al Convegno nazionale dei direttori degli Uffici catechistici diocesani (19-22 giugno).

Cosa “dice” il disabile alle nostre comunità, in termini di trasmissione della fede?

“Io credo che la disabilità sia prima di tutto un pungolo, che ricorda alla Chiesa che la fede si trasmette attraverso la vita. In genere, siamo abituati a una modalità di trasmissione della fede solo, o prevalentemente, intellettiva: siamo convinti che non si può trasmettere la fede se non si può parlare. Il disabile, invece, è già di per sé una presenza che parla, anche se resta muto. Parla con la sua gestualità, i suoi sorrisi, a volte anche con le sue intemperanze. A partire dalla propria fragilità, il disabile ricorda a chi non lo è l’importanza di prendere la dimensione del limite, tipica di ogni essere umano ma che per il disabile è un punto di partenza con cui dovrà sempre e comunque fare i conti, che lo voglia o no. Attraverso la relazione comunicativa si può imparare insieme a partire dal limite umano per entrare nella logica della reciprocità, superando nei confronti del disabile la logica solo del dare, ma accettare anche il ricevere contro ogni forma di autosufficienza e nel rispetto di tutti”.

Quella del disabile è, dunque, una dimensione profetica perché “di rottura” rispetto a quella dominante. Trova “cittadinanza” nella Chiesa?

“C’è ancora moto da fare, nelle parrocchie, in fatto di accoglienza dei disabili nella vita concreta della comunità. Si ha paura, in genere, di avventurarsi in questo campo, perché si teme di non avere le necessarie competenze, giudicate molto elevate. Per questo è importante avvicinarsi alla situazione dell’handicap in modo rispettoso e senza pregiudizi: la prima cosa di cui i disabili hanno bisogno è respirare la fede in una famiglia allargata, tenendo conto delle fatiche e sofferenze delle loro famiglie”.

E nella società?

“Come nelle nostre comunità ecclesiali, il vero problema è la disabilità adulta. I disabili non ci sono nel tessuto sociale, sono solo assistiti: sia nella Chiesa che nella società, il disabile adulto è quello che patisce di più. Finché c’è il tessuto scolastico, l’iniziazione cristiana dei fanciulli, la presenza dei genitori, il disabile, se accolto, può contare su una rete di soggetti che l’aiutano: quando lavora, invece, il disabile è solo. Per vivere pienamente la propria cittadinanza civile ed ecclesiale, invece, i disabili non si ritengono solo oggetto di diritti e attenzioni, ma soggetti attivi e responsabili. La presenza di persone disabili all’interno delle comunità civili ed ecclesiali può contribuire a generare percorsi di senso in una società all’interno della quale la cittadinanza sia vissuta come fraternità”.

La presenza dei disabili può diventare, e in che modo, uno “stimolo” a ripensare lo “stile” della catechesi e dell’annuncio della fede?

“Ad esempio, indicando l’esigenza del primato della qualità sulla quantità, che in termini di comunicazione e annuncio della fede significa poter lavorare in piccoli gruppi, personalizzando la proposta. In alcune diocesi, è un processo già in atto: per quanto riguarda la mia, penso ad un gruppo di bambini che si preparano alla comunione. Insieme con la loro catechista, tutte le settimane, si sono incontrati prima del consueto appuntamento di catechismo per pensare all’incontro e al tema, e a come poterlo dire proprio a partire dai bisogni del loro amico e coetaneo, un bambino down. Lui è molto contento di questo racconto voluto apposta per lui, e i suoi genitori anche, che grazie a questa speciale modalità di trasmissione della fede riescono a coinvolgerlo pure nelle liturgie domenicali”.

(05 luglio 2006)