RADICI CRISTIANE
L’annuncio del Vangelo non può essere fatto da persone stanche
La vocazione domenicana, la democrazia nella Chiesa, la globalizzazione: sono alcuni temi toccati dal cardinale CHRISTOPH SCHÖNBORN , arcivescovo di Vienna, in questa intervista a SIR Europa. Negli anni in cui il nostro mondo si avviava verso il consumismo e il rifiuto dell’obbedienza, lei entrava nell’ordine domenicano… “La storia è sempre fatta di eventi esteriormente casuali: volevo diventare prete già dall’età di 11 anni; a 14 anni ho incontrato un domenicano, con il quale sono rimasto in contatto. Man mano ho conosciuto un po’ l’Ordine domenicano: ho letto qualcosa su S. Tommaso d’Aquino, su S. Domenico, e poi lui mi ha parlato della vita religiosa. Dopo la maturità – nel 1963, avevo 18 anni – sono semplicemente entrato nel noviziato dei Domenicani, in un Ordine che era ancora molto classico e tradizionale. Nell’ordine ho visto una sintonia, una sintesi tra la pietà molto semplice – penso alla devozione mariana, dove ha il suo posto la tradizione del Rosario – e una intellettualità molto alta. Sì, sono stato attirato dall’amore per la religiosità popolare e da quello per la vita intellettuale”. Crede che l’impostazione democratica dei domenicani possa essere un modello per la Chiesa? “Penso che possa esserlo per le comunità nella Chiesa, mentre per la Chiesa come tale c’è un’altra dimensione: quella sacramentale, legata anzitutto al ministero episcopale. Questo tipo di governo non è né monarchico – come alcuni dicono – e neanche democratico: è una forma specifica che viene direttamente dall’istituzione di Cristo. Certamente la Chiesa può coinvolgere elementi democratici e già lo facciamo, ad esempio, nell’elezione del Consiglio presbiterale o nei Consigli pastorali delle parrocchie… Ma come tale la Chiesa non è una democrazia”. Sul New York Times ha recentemente parlato di un “Design”, di una ragione riconoscibile nel reale: cosa può dire all’uomo disorientato, che oggi fatica a trovare le vie per le domande più profonde? Ho parlato della “sorprendente evidenza del piano della ragione nel mondo” e questo ha suscitato un enorme dibattito. Per me questo disegno è veramente un’evidenza, non razionalistica, ma ragionevole: l’intelligenza scopre sempre di più, con i metodi delle scienze naturali, l’immensa complessità di tutto ciò che esiste, dal big bang fino alla cellula… E’ vero che dicendo disegno, presupponiamo uno che ha fatto il disegno: per noi – per i credenti di tutte le religioni – è evidente che questa intelligenza è quella divina; ma, almeno a livello scientifico, non parlare dell’esistenza di un disegno evidente, mi pare un chiudere gli occhi davanti… all’evidenza. Il sogno di Giovanni Paolo II era un’Europa che respirasse a due polmoni. Crollato l’impero sovietico, non rimane il rischio che, più che respirare con il polmone orientale, ci limitiamo ad esportare il modello consumistico? “Questo è un fatto. Viviamo in un mondo globalizzato, in Internet siamo immediatamente contemporanei di tutti gli eventi del mondo. Non esistono più mondi separati: anche nelle parti più lontane oggi esiste il computer, il cellulare, la televisione con le sue centinaia di canali satellitari… Perciò, che vogliamo o meno, dipendiamo tutti gli uni dagli altri. E questo è una cosa grande, perché facciamo per la prima volta concretamente e quotidianamente l’esperienza di ciò che è un dogma di base della Bibbia, ossia che l’umanità è una famiglia. Oggi la grande questione posta all’umanità globalizzata è chi sia il Padre di questa famiglia, chi dia le regole della vita familiare, il senso della fraternità…. La nostra risposta rinvia a Colui che ha dato la sua vita per tutti”. La Chiesa in Europa si confronta con un contesto di pluralismo religioso.. “Dobbiamo invitare le altre religioni – ed invitarci a vicenda – ad essere responsabili della giustizia e della pace, del bene di tutti: questo è un compito comune. A nostra volta, abbiamo anche il dovere – il sacro dovere – di offrire alle altre religioni il tesoro del Vangelo”. Di fronte al progetto dell’Europa c’è anche chi sente sfiducia e stanchezza… “I cristiani non sono chiamati a essere stanchi, anche se a volte possono esserlo per il cammino, per le difficoltà, per le lentezze, anzitutto le nostre, le mie lentezze, le mie opacità. Lo diciamo in ogni Messa: “Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa…”. La fede – quella fede viva, che il Signore suscita nei cuori con il suo Spirito – rimane la vera speranza per l’Europa. Non dobbiamo avere paura – il compianto Papa Giovanni Paolo II ce lo ha detto tante volte – per questa Chiesa che è madre, che è vita per questa Europa. In questa Europa vogliamo esserci con la semplicità di coloro che sanno che è affidato a loro ciò che fa vivere l’Europa: nel Vangelo abbiamo il tesoro nascosto, forse dobbiamo vendere un po’ delle nostre sicurezze e delle nostre paure e lentezze per ritrovarlo e offrirlo all’Europa”.