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Sull’attentato di Bombay, numerose le reazioni della stampa tedesca. Sulla Frankfurter Rundschau , Arnd Festerling osserva (12/7): “ Il terrorismo ha globalizzato i suoi metodi, indipendentemente dai terroristi e dai loro motivi . […] I terroristi mirano ai simboli, alle vene della società moderna, ai propri mezzi di trasporto. E misurano le proprie azioni in base al numero di vittime. Per questo fanno esplodere i treni strapieni durante l’ora di punta, e non auto – secondo i cinici calcoli dei terroristi, l’impegno profuso non giustificherebbe il numero relativamente contenuto di vittime. E gli aerei sono ormai troppo sicuri. È proprio evidente il loro unico obiettivo: diffondere paura e terrore mediante gli attentati – non ci sono né avvertimenti né tentativi di ricatto . […] La società è sostanzialmente indifesa davanti a questo genere di attentati, anche qualora la polizia o i servizi segreti siano in grado di impedirne alcuni. […] Pertanto, le vittime di Madrid, Londra o Bombay hanno nazionalità diversa: gli attentati si assomigliano per il modello del terrorismo globale“. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung , (13/7) si legge: “ L’India sta probabilmente vivendo l’inizio di un terrorismo di nuova qualità. Da qualche tempo il Paese registra tassi di crescita elevati. Il numero dei benestanti aumenta. Il simbolo di questa nuova India è Bombay. E i terroristi vogliono evidentemente colpire proprio questo simbolo. È ovvio pensare all’analogia con il World Trade Center di New York . […] Se tuttavia la nazione continua a comportarsi come ha fatto finora, i terroristi sono destinati al fallimento. Non ci saranno violenze né tra India e Pakistan, né nell’India stessa. Sarebbe una grande vittoria della ragionevolezza“. “Salto indietro di 30 anni”: titola così Vittorio Emanuele Parsi il proprio editoriale sul quotidiano cattolico italiano Avvenire (13/7) dedicato al deterioramento della situazione mediorientale con l’aggravarsi del conflitto tra Israele e Libano. “In un tragico ricorso storico a parti invertite – annota – questa volta sono stati gli Hezbollah a ispirarsi a quanto avvenuto nei territori palestinesi, e a rapire due militari israeliani”, e di fronte alla società di Israele “fragile, divisa, incerta”, lo “ strumento del rapimento dei militari si sta dimostrando efficace”. Di qui, innanzitutto “la reazione durissima, spropositata in termini puramente strategici, che il premier Olmert ha deciso di mettere in atto contro i territori dell’Autorità palestinese”, e “ora il rischio di una nuova campagna libanese, ma nel vero Libano”. Così, mentre “il partito di Dio ha alzato la posta in gioco, e ha definitivamente dimostrato di essere disposto a prendere in ostaggio tutto il Libano”, Olmert “ ha chiarito che è pronto a dare fuoco alle polveri di una nuova guerra civile. Sta tutto qui il dramma del Libano e, al suo interno, quello del ruolo politico dei cristiani… Saranno loro a pagare il prezzo più alto, se tutto il quadro salta”. Con riferimento al lancio dei missili nordcoreani dello scorso 5 luglio, Jean-Cristophe Ploquin, in un commento di politica internazionale sul quotidiano cattolico francese La Croix (12/7) osserva che “le tensioni nazionaliste in Asia rendono difficile l’elaborazione di una risposta diplomatica. Il Giappone, in particolare, è isolato rispetto ai suoi quattro vicini immediati, le due Coree, la Russia e la Cina. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu si affrontano due visioni. Da una parte quella del Giappone e degli Stati Uniti che reclamano sanzioni… Dall’altra quella della Cina e della Russia che ne raccomandano il ritiro”. Ma, sottolinea l’analista, “dopo la provocazione di Pyongyang si inasprisce un altro contenzioso. Quello che oppone il Giappone alla Corea del Sud”. Innanzitutto perché “il ministro della difesa nipponico Fukushiro Nukaga sta evocando la necessità di dotare il proprio Paese di una ‘capacità offensiva limitata’ contro territori nemici”, un proposito che fa parlare il governo di Seul di “natura espansionista del Giappone” su cui “occorre vigilare”, e “di tentativi di amplificare la crisi” per “trasformare il Paese in gigante militare”. A ciò si aggiunge la contesa “di alcuni isolotti pescosi all’intersezione delle rispettive acque territoriali”. Sul ruolo del presidente russo Vladimir Putin all’imminente G8 di san Pietroburgo si sofferma Simon Tisdall dalle colonne del quotidiano inglese The Guardian (11/07). Anche se “ l’agenda ufficiale prevede azioni sulla sicurezza energetica, l’istruzione globale e le malattie pandemiche – osserva – per il padrone di casa lo scopo principale è confermare il riemergere della Russia post-sovietica come attore internazionale meritevole di un posto al tavolo dei potenti”. Con una “ crescita economica che dal 1999 è stata ogni anno del 6%” , la Russia è “il secondo produttore al mondo di petrolio, possiede il 65% delle riserve mondiali di gas naturale”, e “ la popolarità personale del suo presidente non ha eguali presso gli ospiti del G8″. Pur essendo molti i contrasti in politica estera con gli Stati Uniti che, insieme ai “bassi standard umani e civili del Paese potrebbero rendere indigesta la cena in programma venerdì sera nell’incontro privato con Bush “, Putin “ si sta scaldando per esibire nuovi muscoli”.