VERONA 2006: volti (1)
Quale lo stato d’animo della giovane pakistana, Fakhra Younas, sfregiata dall’acido, perché donna e desiderosa di uscire da una schiavitù lesiva della sua dignità? Ciascuno può vedere con gli occhi della mente il volto di qualche giovane resa orribile a se stessa, prima che agli altri, mostruosa per non aver voluto cedere al mostro o perché ribelle al mostro in quanto sfruttata e umiliata. Nella carne del volto tumefatto, martoriato, reso un ammasso confuso di bitorzoli ed escrescenze, senza la linea della bocca e il naso e con gli occhi sbarrati dalla paura e dalla disperazione, il principio speranza ha presa? Può, in realtà, intervenire per dare una svolta? Non ci troviamo nel budello senza ritorno?
Non voglio affollare ancora di più il continente speranza, anche se l’abitiamo tutti, come afferma Bloch. Non mi tange, in questo contesto, il principio speranza e la sua disanima in sede teoretica, come neppure armarmi del proverbio cinese, da Bloch prediletto: “Alla base del faro non c’è luce”. Voglio ben altro: toccare con mano “chi” la rende realtà viva. Se ci sarà filosofia, perché non può mancare la riflessione, sarà quella detta da Edith Stein: “Filosofia della vita”. Non voglio neppure saltare i passaggi, con il rischio della quadratura del cerchio per ingenuità, magari orante, ma pur sempre ingenuità. “Non c’è speranza senza paura, e paura senza speranza”, affermava Giovanni Paolo II.
Dipende: ho paura io o ha paura un altro? È fondamentale deciderlo: le parole, se non siamo toccati nella nostra carne, fluiscono vivide portatrici di un messaggio, e siamo, il più delle volte, stolti perché non entriamo in empatia con il colpito, ma ci consideriamo spettatori dotati. Con naturalezza lo definiamo “costruttivo”: le difficoltà sono fatte per essere superate e vinte. Integrare ed elaborare le sconfitte rinsalda la personalità. Siamo più che stolti, siamo incapaci di scendere nel fondo e di trapassare la paura per sbucciarla, per toglierla scaglia dopo scaglia lasciando il frutto pulito, libero.
Se al lavoro procede qualcun altro, ci sentiamo sollevati e rimaniamo nel nostro brodo, indubbiamente di coltura, perché nessuno ammette di essere rozzo o chiuso, di fatto però non pensante. “La disperazione, Lukas, è il più importante dei messaggeri di Dio; ci prepara a quegli spettri che noi stessi possiamo creare e scegliere”, maestro d’Israele e saggio per umanità, Martin Buber, lancia, con la frase citata una provocazione forte al nostro tempo. Nel nostro vivere, quindi, intervengono dei messaggeri, degli angeli o delle realtà che giocano un ruolo peculiare e che dobbiamo cogliere, pena perdere il senso dell’evento.
Li sentiamo questi messaggeri all’interno della disperazione? Siamo pronti a prenderli per mano e a lasciarci condurre? Non sempre è facile, spesso difficile, troppe volte impossibile, così almeno ci diciamo quando soccombiamo e siamo piegati da quanto dall’evento inatteso. Buber vuole insegnarci che disperazione è disperazione ed è quello stato d’animo che sgorga, senza che alcun mezzo umano possa impedirglielo, quando la paura ci ha saturati e ogni via di ritorno sia preclusa. Il più importante dei messaggeri, nella cupa e rigogliosa disperazione di Fakhra Younas, non genera ancora più disperazione e ancora più rigoglio?
La giovane donna colpita invece è divenuta segno di speranza, perché ha elaborato il suo dolore, la sua paura, non l’ha celata e si è calata in una pretomba, ha ascoltato la voce della sua coscienza pensando alle altre, a tutte quelle donne che prima o dopo di lei sono state toccate (o lo saranno) irreversibilmente nella propria carne e dignità. Il messaggero angosciante e lugubre, la realtà di un volto sfatto, è diventato speranza cristallina: quelle cicatrici parlano la lingua del radunarsi, del rendersi prossimi le une le altre, nel desiderare di essere le ultime cui una simile sciagura sia capitata.
Ne è nata Acid Survivors Foundation, in cui si sono unite sfregiate o sfregiabili, che pensano, lottano, costruiscono. Il loro volto, troppo spesso, non potrà riacquistare la bellezza del volto di una donna, ma sarà un volto umano con i segni della speranza, di quella geografia della vita incisa su quella pelle che ha assaporato la luce della speranza che, non solo illumina, paradossalmente, la base del faro ma rende luce la radice stessa: una paura appunto che ha generato speranza.
Cristiana Dobner – carmelitana scalza
(19 luglio 2006)