Medio Oriente su tutte le prime pagine dei principali quotidiani europei: “I libanesi piangono il ritorno al caos” ( La Croix , 19/7), “La resistenza degli Hezbollah provoca un dibattito in Israele” ( Le Monde , 20/7), “Il giorno più sanguinoso” ( El Pais , 20/7). Preoccupazione anche nella stampa tedesca. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (20/7), si legge: “ Per quanto concerne l’escalation bellica del conflitto mediorientale, la comunità internazionale si trova d’accordo su un fatto: la colpa è delle forze radicali islamiche (Hamas nella striscia di Gaza e Hezbollah in Libano), che hanno lanciato i razzi su Israele e che hanno travalicato i limiti dell’offensiva bellica aperta con il rapimento dei soldati israeliani. Questa linea comune viene documentata dalla dichiarazione degli Stati del G8 di San Pietroburgo e dalla dichiarazione dei ministri degli esteri Ue. Da quel punto in poi iniziano le differenze più o meno nascoste… Ma non solo il dissenso: anche l’unità può creare problemi. Gli americani e gli europei hanno inserito Siria e Iran, i due Stati che favoriscono il terrorismo, in un elenco dei “paria”. E ora, Teheran e Damasco si sono unite, per respingere meglio la pressione internazionale e aumentare il proprio potenziale distruttivo. Rompere questa unione fatale è una delle chiavi per la soluzione in Medio Oriente”. Sulla Frankfurter Rundschau (19/7) , Inge Günther annota: “In Israele è opinione dominante che si stia combattendo una delle guerre più giuste della storia… ma la domanda è: cosa succederà poi?… È chiaro che accanto alla cessazione di tutte le ostilità e alla liberazione dei tre ostaggi israeliani, ciò che conta è interrompere il monopolio della violenza degli Hezbollah nel Libano meridionale. Si tratta di un compito difficile che può essere svolto nel migliore dei casi solo con l’aiuto di una truppa di pace multinazionale. Israele e gli Usa non si sono mostrati (finora) particolarmente attratti dall’idea. Da un lato perché si vuole semplicemente prendere tempo, per mettere davvero sotto pressione gli Hezbollah prima di scegliere una soluzione politica. Dall’altro, perché Olmert, così come i suoi predecessori, vorrebbe evitare un’internazionalizzazione della gestione del conflitto. Israele preferirebbe che dall’altra parte del confine fosse schierato solo l’esercito libanese. Ma è pura utopia… Anche questa escalation in Medio oriente dimostra la necessità di dover condurre trattative e gestire la crisi. Il governo Bush si è impegnato poco al riguardo. Eppure tutte le speranze sono concentrate sul ministro degli Esteri americano, atteso a fine settimana in Medio Oriente”. “La Francia ha una relazione speciale con il Libano. Primo Paese ad inviare un emissario di alto rango a Beirut, al sesto giorno di guerra,” essa “ha voluto, secondo Dominique de Villepin, esprimere la propria solidarietà al popolo libanese”. Inizia così l’editoriale del quotidiano francese Le Monde (19/07). Diverse, per l’autore, “ le ragioni di questa inclinazione francese” , all’interno delle quali ravvisa, in particolare, “l’assassinio, nel febbraio 2005, del primo ministro libanese Rafic Hariri, il miglior amico straniero di Chirac” , assassinio “verosimilmente preparato” da “agenti siriani e libanesi prosiriani” , e “il riavvicinamento franco-americano che ne è seguito” . “Chirac, tradizionale alleato dei Paesi arabi ha deciso di dosare la sua diplomazia: un appello alla ritirata israeliana, da una parte, una determinazione a farla finita con il problema di Hezbollah dall’altra”. “Questa politica – è il commento dell’editorialista – è senza dubbio la più legittima ma non deve trascurare una realtà: Israele non mira soltanto a Hezbollah, ma anche “al Libano. E se la sua operazione militare può servire a farla finita con Hezbollah, bisognerebbe che non annientasse gli sforzi dei libanesi volti alla ricostruzione del proprio Paese”. Per David Clark , autore di un commento di politica internazionale pubblicato sul quotidiano inglese The Guardian (17/07) “la chiave per risolvere la situazione del Libano risiede, come negli anni ’70 e ’80, nella ricerca di una soluzione alla questione palestinese”. L’effettiva creazione di “uno Stato palestinese priverebbe Hezbollah e i suoi sostenitori della presunzione di difendere i musulmani inermi e renderebbe più agevole per i loro oppositori nella regione avere il sopravvento”. “Con la sua durissima reazione agli attacchi di Hezbollah, Israele ha voluto provocare deliberatamente il cortocircuito tra le logiche di lungo e breve periodo, del sistema regionale e del sistema internazionale” osserva Vittorio Emanuele Parsi nell’editoriale del quotidiano cattolico italiano Avvenire (19/07). “Olmert chiede che il Libano sia davvero capace di garantire che il suo territorio non costituisca un santuario per i terroristi, oppure che la comunità internazionale si faccia carico del problema. Quanto siamo disposti a fare – è l’interrogativo posto da Parsi – per trasformare il diritto alla sopravvivenza di Israele in un diritto alla sicurezza, uscendo da una condizione di continua emergenza a favore di una di normalità?”. “L’invio di un contingente militare internazionale – osserva – è utile solo se esso sarà dotato degli strumenti e del mandato politico adeguati per verificare disarmo o riposizionamento delle milizie nel Sud del Libano”. Si tratta, insomma, “di costruire anche in Medio Oriente quelle condizioni che spingono i più forti alla moderazione strategica in cambio della collaborazione dei più deboli a un ordine giusto, del quale partecipino nei costi e nei benefici, nei diritti e nelle responsabilità”.