L’antilingua del politichese

SCIENZA E VITA

“Una decisione assolutamente inaccettabile, sia dal punto di vista scientifico che da quello etico”. Così Emanuela Lulli, ginecologa a Pesaro, tra i soci fondatori dell’Associazione “Scienza e vita”, definisce il voto del Consiglio competitività dell’Unione europea sul VII programma quadro per la ricerca, che il 24 luglio ha dato il “via libera” alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, vietando quelle che prevedono la distruzione degli embrioni, ma nel contempo autorizzando la ricerca su linee staminali embrionali già esistenti (e quindi derivate dalla distruzione di embrioni umani, come nel caso degli embrioni crioconservati, o da quelli “freschi” uccisi nei laboratori dove questa pratica è permessa ). Nel caso della decisione dell’Ue, come in occasione del voto di pochi giorni fa al Senato italiano, per l’esperta è prevalsa “la politica del compromesso, e non quella dei valori”: di qui la necessità di “continuare a combattere la battaglia a favore della difesa della vita, dall’inizio al suo termine naturale, parlando alla gente senza illuderla e spiegando esattamente cosa fa la scienza, come si è fatto durante la campagna referendaria per la legge sulla fecondazione assistita”.

Con la decisione dell’Ue, crolla la “minoranza di blocco” che intendeva porre degli argini a questo tipo di ricerca…

“Tutto è partito da lì: venendo meno tale minoranza di blocco, si è cominciato a lavorare con l’antilingua del politichese, che ha aperto una breccia nella tutela dell’essere umano sotto forma di embrione, minandone così la dignità e compromettendone il futuro”.

Il “via libera” dell’Ue alla ricerca sulle cellule staminali è bastato sul concetto di “distruzione” degli embrioni. Perché vietarla in alcuni casi e permetterla, di fatto, in altri?

“L’Unione europea ha detto no alla distruzione degli embrioni, e sì invece all’uso di linee embrionali ricavate dagli stadi successivi. Per trovare tali linee bisogna comunque passare dalla distruzione degli embrioni: se sono crioconservati, bisogna infatti riportarli a temperatura normale e vedere se proseguono il loro sviluppo. Per tirar fuori poi le linee staminali, gli embrioni devono morire: o di morte naturale, oppure prelevando tali linee a partire dalla difficoltà di stabilire il momento discriminante in cui tale operazione – su un embrione destinato comunque alla distruzione – possa essere effettuata. Di qui l’ambiguità e la mancanza di chiarezza delle procedure, oltre che l’inamissibilità morale della posta in gioco, che è la morte dell’embrione”.

Il fatto che non venga stabilita una data precisa su quando è avvenuta la distruzione degli embrioni apre la strada ad una prassi “senza controllo”…

“Anche questa è una posizione assolutamente ambigua. La scienza sa, infatti, che con i crioconservati si ottiene poco o niente. Da qui alla decisione di utilizzare anche embrioni freschi, uccisi magari in altri laboratori dove ciò è consentito, il passo è breve. Con il risultato che noi finanziamo chi usa prodotti derivati di fatto dalla soppressione degli embrioni: una vera e propria presa in giro per i contribuenti”.

Per i cattolici il principio che l’embrione non può mai essere distrutto è un “principio non negoziabile”: c’è ancora spazio, in sede europea, per affermarlo?

“Io spero di sì, i tempi tecnici ci sarebbero, visto che l’approvazione definitiva è prevista in autunno. L’importante tuttavia è che si sia capaci, sia come scienziati che come politici, di dire un no incondizionato a qualsiasi forma di sperimentazione sugli embrioni. Bisognerà vedere se la caparbietà di chi, come noi crede nel valore della vita, sapra fare breccia: fino adesso, gli spiragli sono pochi. Mi pare abbia tenuto banco solo la politica dei grandi compromessi, dei quali le prime vittime sono gli embrioni”.

Decisioni come quella dell’Ue vengono motivate all’opinione pubblica anche sulla base di presunte “speranze” di guarigione di alcune malattie: come colmare il divario tra la scienza, con le sue promesse a volte illusorie, e il sentire della gente, che con il referendum si è mostrata molto più “saggia” di quanto i media volessero far credere?

“I media in genere peccano di poca chiarezza sui temi della bioetica, se non addirittura di silenzio. In tv, ad esempio, si è parlato di staminali senza specificare embrionali, e non si è parlato dei grandi progressi ottenuti con le staminali adulte. Il nostro ruolo di persone impegnate sul campo, forti dell’esperienza referendaria, è quello di continuare a parlare alla gente, dicendo veramente cosa fa la scienza, senza tacere sulle cose importanti per i malati ma anche senza illuderli, magari cadendo nella trappola dei ritorni economici”.

(26 luglio 2006)