Quotidiani europei

I giornali tedeschi si interrogano sul Medio Oriente. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (27/7), a proposito del vertice di Roma si parla di “… risultati modesti di un incontro cui non hanno partecipato i protagonisti militari e politici, Israele e Hezbollah, Siria e Iran… Si vuole lavorare ad una tregua duratura ma non è possibile parlare ancora di distensione” . Su Die Welt (26/7), Jacques Schuster osserva: “Anche se sembra cinico dirlo, Olmert sta realizzando quanto prescritto dalla Risoluzione 1559. Fa disarmare Hezbollah. Il suo scopo è nell’interesse dell’Europa. Se davvero l’Ue dovesse essere così coraggiosa o spericolata da inviare soldati in una delle zone più esplosive del mondo, deve essere interessata ad indebolire Hezbollah. In caso contrario succederà come in passato agli americani e ai francesi, che nel 1983 furono mandati via dal Libano a forza di attentati suicidi” . E la Frankfurter Rundschau (26/7), circa un possibile invio di soldati tedeschi nell’area, titola “Rimaniamocene fuori” e argomenta: “Sovranità significa poter dire di sì. I tedeschi lo hanno fatto in Kosovo, in Afghanistan, ultimamente in Congo. Ma sovranità significa anche poter dire di no. Se c’è un caso in cui un governo tedesco deve far uso della propria sovranità in tal senso, è proprio questo. La storia è passato, ma la storia dell’Olocausto appartiene al presente tedesco. Nessun soldato tedesco può dover essere posto in una situazione anche ipotetica di dover puntare l’arma contro un israeliano… Ciò non significa che la Germania non possa giocare un ruolo attivo negli sforzi atti a consentire il cessate il fuoco e far riprendere il processo di pace… Un impegno umanitario, politico e diplomatico è possibile – e necessario”. “C’era ancora bisogno di massacrare il Libano, già tarlato negli anni ’70 dall’iperpresenza dei rifugiati palestinesi… e oggi abbandonato alle devastazioni di una forza brutale in nome della sicurezza?” si chiede Daniel Rondeau dalle colonne dl quotidiano francese Le Monde (27/07). “Lo Stato di Israele ha il diritto di difendersi”- commenta Rondeau, ma “ciò che sta accadendo riguarda tanto la sopravvivenza di Israele quanto la morte del Libano” ridotto “ da Israele in meno di una settimana a esodo, povertà, solitudine e morte”. Eppure, per il giornalista “In questa politica vi è qualcosa di suicida per Israele; esso, e più che mai il Medio Oriente, hanno bisogno del Libano, Paese arabo” che registra “una presenza cristiana antica quanto lo stesso cristianesimo” e “che, più di ogni altro, può far regredire gli odi che oggi minacciano il mondo intero”. “Anche se ai lati della frontiera proseguono le violenze, le carte sono ormai sempre più nelle mani dei diplomatici” e guadagna terreno “ l’idea dell’invio di una forza internazionale” si legge nell’editoriale del quotidiano cattolico francese La Croix (25/07). Di qui il paradosso sottolineato dall’autore del pezzo: “Per non essersi interessati seriamente al Medio Oriente per sei anni, gli occidentali si trovano ora molto più coinvolti. Prova che l’indifferenza verso le disgrazie altrui è veramente una cattiva consigliera”. “Non fatelo. Non fingete ancora una volta. L’intervento occidentale non può ottenere ciò in cui ha fallito per oltre mezzo secolo: una soluzione politica tra israeliani e palestinesi”. Ne è convinto Simon Jenkins, che sul quotidiano inglese The Guardian (25/07) definisce “incredibile il fatto che alcuni propongano di inviare di nuovo truppe straniere in Libano, come nel 1958, 1876 e 1982”; interventi falliti perché “non voluti da nessuna delle parti in causa”. Londra e Washington, in particolare, sembrano per Jenkins ritenere che “ la potenza militare conferisca un diritto a intervenire” sulla base di due correnti di pensiero. “ Una afferma, semplicemente, un obbligo umanitario a mostrare partecipazione per chi soffre, indipendentemente dalle cause o dalle colpe”, l’altra si fonda sulla convinzione che “ l’amore per la libertà non sia sufficiente di per sé, ma debba essere imposto a forza con le armi”. “Queste povere popolazioni” hanno invece bisogno di vedere “alleviata la propria agonia”. “Manderei la prima nave della Croce rossa nel porto di Harbour, ma affonderei la prima portaerei” è la provocatoria conclusione dell’articolo. “Non si poteva ottenere di più. Ovvero: tutto quello che si poteva fare è stato fatto”: così Vittorio Emanuele Parsi nell’editoriale del quotidiano cattolico italiano Avvenire (27/07) commenta il vertice di Roma. “Con qualche precipitazione – osserva – proprio il cessate il fuoco era stato definito il primo obiettivo” dell’incontro. “ Resta invece un traguardo lontano che nella dichiarazione congiunta occupa meno spazio della questione degli aiuti, dei corridoi umanitari” e della sovranità libanese. “Un contingente militare internazionale adeguato, sotto l’insegna dell’Onu, capace di garantire il confine settentrionale di Israele, in un Libano finalmente sovrano e con l’Hezbollah smilitarizzato, rappresenterebbe un successo strategico per Israele” e “Implicherebbe il pieno raggiungimento degli obiettivi politici della guerra” ma, avverte Parsi, “non si capisce perché il ‘Partito di Dio’ dovrebbe vedere di buon grado un simile scenario”.