MISSIONE: VERONA 2006
Il racconto è “il metodo missionario per eccellenza”, che con la sua “passione” non contagia soltanto gli “addetti ai lavori”, ma può diventare un vero e proprio “stile ecclesiale” basato sul dialogo, l’ascolto, lo scambio di doni. Mons. Giuseppe Andreozzi, direttore dell’Ufficio Cei per la cooperazione missionaria tra le Chiese, presenta in questi termini al SIR la quarta Settimana nazionale di formazione e spiritualità missionaria, in programma ad Assisi, dal 25 al 30 agosto, sul tema: “Nel mondo narratori di speranza”. All’incontro di Assisi – organizzato in preparazione al IV Convegno Ecclesiale nazionale (Verona, 16-20 ottobre) – parteciperanno circa 130 persone, provenienti da tutte le Regioni d’Italia. Sempre in vista dell’appuntamento scaligero, l’Ufficio missionario nazionale ha elaborato 20 “profili” di testimoni missionari in Italia e nel mondo, che verranno presentati in occasione del Convegno. Stando ai dati più recenti, i missionari italiani si aggirano intorno ai 13-14mila, di cui 555 sono “fidei donum”, 5.000 i religiosi (tra cui oltre 1.000 i consacrati ad gentes), 7.500 le religiose (con circa 2.000 consacrate ad gentes). Senza contare gli inviati dei movimenti ecclesiali, attorno ai 1.500-2.000, e i circa 1.000 laici, molti dei quali partono per i territori di missione con le loro famiglie.
Cosa significa, per un missionario, essere “narratore di speranza”?
“Più che spiegarla, la missione si racconta: la passione missionaria viene trasmessa per contagio, sul filo rosso degli apostoli inviati da Gesù, che tornarono indietro proprio per raccontare agli altri la loro esperienza con il Risorto. Si può dire, in questa prospettiva, che il racconto è il metodo missionario: nella missione c’è l’annuncio, la scoperta, la testimonianza, la carità, l’immissione dentro la storia. La missione, insomma, vista dai piedi di coloro che annunciano: come viaggio geografico, culturale, spirituale, antropologico, che si gioca su tante frontiere”.
Nella logica, tipicamente missionaria, dello “scambio di doni”, cosa la missione offre al cammino della Chiesa in Italia, e viceversa?
“Se il racconto è il metodo, la speranza è la virtù missionaria per eccellenza, la prima che sperimenta ogni missionario. La missione dà la concretezza della vita, facendosi volto, situazione, incontro: mostra che la speranza è ancora una virtù possibile oggi. Anche i problemi della Chiesa italiana trovano nell’orizzonte del mondo missionario più serenità per essere affrontati, per orientare le possibili soluzioni verso ciò che veramente vale, cioè l’evangelizzazione. La questione di fondo è se, e come, siamo capaci oggi di evangelizzarci e di evangelizzare. L’ottica della missione riparte dall’obiettivo fondamentale, è una chiamata all’essenziale, alla conversione pastorale”.
A proposito di “conversione” in senso missionario della pastorale: quale cammino, secondo lei, è stato percorso, dal Convegno di Palermo a Verona?
“Come prima cosa sono cresciuti tantissimo i rapporti di collaborazione tra le Chiese: la sensibilità missionaria è aumentata, oggi non c’è più riflessione pastorale che non si interroghi sulla missionarietà. Senza contare gli Orientamenti pastorali per questo decennio, o la Nota pastorale sulle parrocchie… Il linguaggio missionario è un linguaggio che accomuna sempre di più tutti: si può dire che la missionarietà oggi sia il punto di convergenza tra diocesi, indirizzi nazionali e attività di gruppi, associazioni e movimenti ecclesiali: intorno alla missione la Chiesa si può ritrovare unita”.
Sempre più laici, oggi, partono per i territori di missione…
“È vero, la presenza laicale è cresciuta ed è in aumento. Aumentano soprattutto le famiglie, che partono sotto forma di piccole comunità, accompagnate da sacerdoti e religiosi o religiose: questi piccoli segni di comunità ridisegnano il mondo missionario. Una famiglia, già di per sé evangelizza: per il laico quella missionaria non è una vocazione in più, ma deriva dal vivere bene il proprio stato di laicità… Certo, tutto ciò implica un’offerta più qualificata e diretta per i laici sul piano formativo, con progetti specifici e anche ricchi di indicazioni concrete: un laico, per partire in missione, ha bisogno di sapere come parte ma anche come rientrerà, in termini ad esempio di reinserimento lavorativo”.
E sul piano dell’inculturazione? In che modo la missione insegna a coniugare “tradizione” e “novità”?
“Il mondo missionario ha da sempre valorizzato le tradizioni locali, facendole incontrare con la novità perenne costituita dal Vangelo e proponendo la strada della riconciliazione e il perdono come antidoto a tribalismo, etnocentrismo o fondamentalismo. Le missioni sono frontiere della povertà, della cultura, della religione, della pace: alla fine l’evangelizzazione ha bisogno di organizzazione e di strutture, ma il metodo fondamentale è e resta l’incontro con le persone”.
(02 agosto 2006)