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Nel calendario del Convegno ecclesiale, settembre è il mese dedicato agli incontri dei delegati diocesani nelle singole Regioni. È l’ultimo tratto del percorso preparatorio, iniziato poco più di un anno fa con la pubblicazione della Traccia di riflessione. Dal 16 ottobre la città di Verona aprirà le porte ai circa tremila rappresentanti della Chiesa italiana, convocata in tutte le sue componenti ed espressioni, per il decennale appuntamento di verifica e prospettiva. L’obiettivo dichiarato è quello di fare il punto sulla comunicazione della fede “in un mondo che cambia”. E rinvigorire la testimonianza dei credenti in una società povera di speranza, dagli orizzonti ristretti e dalle attese troppo brevi.
Dodici mesi di lavoro sulla Traccia hanno permesso di scandagliare in profondità gli ambiti della testimonianza cristiana, che sono poi quelli della vita di tutti i giorni: gli affetti, il lavoro, la fragilità, l’educazione, la politica. La comunità ecclesiale si presenta al suo IV Convegno nazionale avendo ben chiare le sfide che l’attendono, a partire da quella, ereditata dal precedente appuntamento di Palermo e non ancora compiuta, di saldare più strettamente pastorale e cultura. Di fare in modo, cioè, che l’esperienza di fede vissuta in parrocchia o nel gruppo generi stili di pensiero e di vita capaci di parlare all’uomo contemporaneo, offrendogli i significati e l’amicizia che sta cercando.
È troppo presto per chiudere in archivio gli inviti al discernimento e alla conversione lanciati dieci anni fa, insieme al compito di disegnare una nuova progettualità e presenza dentro e fuori le mura di casa. Oggi, poi, che la storia ci fa incontrare popoli fino a ieri lontani ed è sempre più debole l’accordo su cosa sia l’uomo e la sua dignità, non è più rinviabile la “seconda fase” del Progetto culturale: quella che vede la pastorale ordinaria misurarsi con le frontiere del dialogo e dell’alternativa, dell’eternità non meno che del tempo.
Fra le molte attese contenute nei contributi delle diocesi e dei vari soggetti ecclesiali, ce n’è una che emerge quasi con prepotenza. Vi si legge il desiderio di una Chiesa meno dispersa nei mille rivoli di una pastorale fin troppo strutturata e settoriale, più capace di unire le forze e far incontrare le persone. Il bisogno, ricorrente negli scritti di molti, di “non fare da soli quello che può essere fatto insieme” non è tanto l’indicazione di una strategia; nasconde la stanchezza per le vecchie divisioni – tra preti e laici, parrocchie e movimenti, centro e periferia… – e la voglia di una Chiesa con le caratteristiche degli stessi cinque ambiti proposti alla missione: una comunità col volto di famiglia, costruita attorno alla domenica, forte delle sue membra più deboli, in cui le diverse generazioni si frequentano, dove tutti hanno cittadinanza e la vivono nel mondo.
La pastorale “integrata” di cui si parla da un paio d’anni riguarda sia le diverse soggettività che l’unità della persona e della sua coscienza, già abbastanza indebolita dai modelli imperanti di pensiero e di consumo. Anche su questo, Verona dovrà dire una parola nuova, meglio ancora se estranea al gergo ecclesiale e non riducibile ad uno slogan come capita di frequente nei nostri ambienti.
Il giorno dell’Assunta, sul quotidiano “Avvenire”, mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, riassumeva il mandato di Verona nell’impegno a delineare il profilo di un cristiano capace di offrire speranza, teso a “dare un di più di umanità alla storia di oggi” e pronto “a mettere noi stessi e i nostri progetti sotto il giudizio di una Verità che è sempre oltre ogni nostra attesa”.
Sarà dunque un Convegno a tutto campo, scandito dalla preghiera e aperto al dibattito, ma soprattutto attento alle sorprese di Dio. A portare una parola di speranza, dentro e fuori dalle aule dell’incontro, più che i discorsi e i programmi sarà ciò che meno appare: la maturità della comunione, la libertà dell’amore, la fantasia della santità.
Ernesto Diaco
(21 agosto 2006)