Salvarsi dall’ovvio

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La 57ª Settimana liturgica nazionale tenutasi a Varese a fine agosto precede di poche settimane il Convegno della Chiesa italiana che si terrà dal 16 al 20 agosto a Verona. È un passaggio di testimone importante, anche nella contiguità dei temi trattati – “Celebriamo Gesù Cristo speranza del mondo” a Varese e “Testimoni di Cristo Risorto, speranza del mondo” a Verona – quello che ha unito – e non poteva essere altrimenti – la città giardino lombarda, “capitale” liturgica dell’agosto 2006, a quello che sarà il “cuore” e il laboratorio della cattolicità nazionale dal 16 al 20 ottobre prossimo. E così, l’ultima giornata dei lavori della Settimana è stata dedicata a cinque incontri svoltisi in contemporanea e incentrati sulle altrettante aree tematiche che verranno discusse nella città scaligera. Un momento atteso di confronto come avevano, del resto, auspicato nei loro messaggi augurali, il segretario della Cei, mons. Giuseppe Betori e il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato, definendo l’intera assise liturgica “una tappa di preparazione al prossimo convegno ecclesiale di Verona”.

“Varese verso Verona”. Complessivamente intitolate appunto “Varese verso Verona”, le relazioni hanno quindi trattato della vita affettiva, della fragilità umana, della festa, della tradizione e comunicazione come pure della cittadinanza. Tutti ambiti declinati, per i cristiani, attraverso il legame inscindibile con la liturgia, come ha evidenziato monsignor Giuseppe Busani, già direttore dell’Ufficio liturgico nazionale e ora docente di estetica a Piacenza, parlando, nel contesto dell’affettività, di “Relazione, emozione e stupore”.

“La liturgia è ricchissima di risorse emotive che si devono valorizzare. Come, dunque, escludere i sensi e l’emotività, se il significato della celebrazione è il realizzare il contatto con la rivelazione di un Dio tanto sensibile?”, si è chiesto Busani. Insomma, come scriveva Romano Guardini, non a caso citato, “occorrono sensi e cuore, sensibilità ed emozione, per cogliere l’epifania del divino”. Ben si comprende allora quanto tutto questo abbia a che fare con la vita e le sue difficoltà, come ha sottolineato monsignor Antonio Donghi, liturgista e docente al seminario di Bergamo, nella sua comunicazione, “Liturgia e fragilità. L’olio della speranza”. “Sperare vuol dire avere il gusto della vita, nonostante i tanti orrori del nostro tempo – ha detto Donghi – di fronte ai quali Cristo offre una soluzione concreta”.

Quella che si rende visibile nella celebrazione del mistero della sua venuta, di cui l’Avvento – riletto in un’approfondita disamina dei testi liturgici da Rita Di Pasquale, della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia per l’area “Liturgia e festa” – “è un momento privilegiato”. “Tempo di attesa, al femminile, sulla scia di Maria”, ma anche tempo di cui troppo spesso si perde l’autentica valenza salvifica. E se è vero che, come predicavano i Padri della Chiesa, “la Chiesa crede come prega”, non basta, certo, celebrare dei riti che siano “gusci vuoti”, privi di testimonianza autentica e di partecipazione. Da qui la sintesi dell’analisi di padre Pietro Sorci, anche lui della Facoltà Teologica di Sicilia, che, per il settore tradizione e comunicazione, ha riflettuto su “Consegna della fede e dell’identità di un popolo”, ritornando a una delle questioni cardine della liturgia, il “suo essere comunicazione, non solo concettuale, del memoriale di Cristo. Un linguaggio che bisogna apprendere, con i suoi segni, le azioni, la partecipazione”. Pregare nella città e per la città. Altrimenti accade ciò che don Eros Monti, docente di morale sociale nel Seminario di Milano, ha sostenuto nel suo intervento “Pregare nella città e per la città”, che avrebbe dovuto tenere monsignor Mario Spezzibottiani, moderator Curiae della diocesi, improvvisamente scomparso nel giugno scorso e ricordato con commozione in apertura. “La liturgia e la cittadinanza sono come due sorelle attempate che, pur conoscendosi da tanto, fanno fatica a parlarsi”, ha spiegato con un sorriso Monti, che, in riferimento alla “Lettera a Diogneto”, ha aggiunto: “Essere nel mondo, ma non del mondo, quali cristiani, implica vincere la sfida di fronte a rischi oggi diffusi come la tentazione del fideismo, le ricadute moralistiche, o l’affidarsi a logiche completamente mondane, come pure la tendenza ad occuparsi, talvolta, più della forma che della sostanza della preghiera comunitaria”.

La soluzione? “Un ascolto più attento della Parola di Dio e di quella degli uomini – vedendo in ogni altro un fratello – per realizzare dal già della storia il non ancora del Regno”. Tenendo sempre – come è naturale – uno sguardo privilegiato sulla liturgia “che salva dall’ovvio e aiuta a rileggere evangelicamente concetti che sembrano oggi logorati come la solidarietà”. Una liturgia che, in tutti i sensi, è “culmen et fons”, culmine e sorgente di speranza, nei suoi gesti come nei suoi silenzi. E la mente torna a Benedetto XVI e alla forza della liturgia da lui celebrata davanti all’orrore per eccellenza: Auschwitz.

(30 agosto 2006)