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Assisi, 27 ottobre 1986 – New York, 11 settembre 2001
A vent’anni dall’incontro interreligioso di “preghiera per la pace” (Assisi, 27 ottobre 1986) Benedetto XVI ha voluto sottolineare l’importanza storica e il carattere profetico del magistero che Giovanni Paolo II offrì allora sul rapporto tra religioni e pace. Nelle parole indirizzate al vescovo di Assisi, in occasione del 20° anniversario del memorabile incontro, il papa ha infatti evocato “un evento destinato a lasciare il segno nella storia del nostro tempo” e lo ha definito una “iniziativa audace e profetica”. Il messaggio va oltre un semplice omaggio al predecessore. Contiene una riflessione profonda sulla nozione stessa di dialogo interreligioso e, in questo senso, costituisce una tappa importante nella riflessione del magistero pontificio su un argomento reso ancor più difficile dall’attentato a New York e dai tragici eventi che sono seguiti all’11 settembre 2001. Il mondo del 2006 non assomiglia a quello del 1986 di cui si sono ormai dimenticate le tensioni violentissime tra Est e Ovest. La guerra fredda ha lasciato il posto, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e dei regimi comunisti europei, non alla pace sognata, ma a nuovi pericoli, e la pace non è venuta sulla terra. Il terzo millennio è cominciato con atti di terrorismo, mai visti, contro popolazioni civili.Una prima riflessione si impone. Nel passato storico le religioni sono state spesso strumentalizzate per giustificare odi e conflitti. Ma oggi si cerca di utilizzare le religioni per alimentare tensioni geopolitiche e terrore, cercando di dare “l’impressione che, non solo le diversità culturali, ma le stesse differenze religiose costituiscono motivi di instabilità o di minaccia per le prospettive di pace”.In tale senso, dice Benedetto XVI, l’intuizione di Giovanni Paolo II “assume il carattere di una puntuale profezia” perché oggi come nel 1986 si tratta di affermare con forza, di gridare, che la guerra non può mai essere santa, la pace sola è santa: i responsabili delle religioni, ma anche ogni credente, hanno in questo senso una responsabilità singolare dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini.Una seconda riflessione. Benedetto XVI pone la questione del metodo: come avvicinarsi alla pace quando gli uomini di religione non hanno nessuna forza a loro disposizione? La sua risposta è: la preghiera perché “la pace va costruita nei cuori” attraverso la conversione. Solo così nasce la forza delle preghiere delle diverse religioni, non mescolate e confuse, ma sempre sostenute da un dialogo sincero sui tanti problemi del mondo. Gli uni accanto agli altri, e mai gli uni contro gli altri. Allora, la preghiera costituisce secondo il Santo Padre, “un elemento determinante per un’efficace pedagogia della pace, imperniata sull’amicizia, sull’accoglienza reciproca, sul dialogo”. Una pedagogia che diventa l’unica strada possibile per abbattere i muri dell’odio e placare la sete di vendetta. La preghiera degli uni e degli altri non porta comunque, come precisò Giovanni Paolo II, a ricercare “un consenso religioso” e neppure è “una concessione al relativismo nelle credenze religiose”. Con questa chiarezza e nel ribadire ancora una volta la forza della preghiera, Benedetto XVI dalla sua Baviera ha messo in guardia l’Europa e l’Occidente dalla disattenzione e dall’indifferenza verso Dio: popoli di altre religioni e altre culture si sentirebbero minacciati da questo vuoto.