VENETO
Far conoscere le alternative all’aborto: un progetto di legge di iniziativa popolare
Prosegue nel Veneto il cammino di un progetto di legge d’iniziativa popolare, sostenuto in primo luogo dal Movimento per la vita (Mpv), che mira a migliorare l’informazione sulle conseguenze e le alternative all’interruzione di gravidanza all’interno dei consultori e reparti ospedalieri. La legge, che con l’approvazione da parte della V Commissione regionale sanità ha concluso il lungo iter, dovrà ora passare al vaglio del Consiglio regionale, in una data che non è ancora stata fissata. Il progetto di legge è costituito da tre articoli.Il primo dispone la presenza, nei consultori e nei reparti di ginecologia e ostetricia, di materiale informativo, dei movimenti e “delle associazioni legalmente riconosciute aventi come finalità l’aiuto alle donne in difficoltà orientate all’interruzione di gravidanza, sui rischi fisici e psichici dell’aborto e sulle possibili alternative ad esso”.Il secondo dispone che, alle medesime associazioni, debba essere consentito di “espletare il loro servizio” nei consultori familiari e reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale d’aspetto e negli atri degli ospedali.Il terzo articolo incarica i direttori di Asl e aziende ospedaliere della vigilanza sul rispetto delle precedenti disposizioni e, al secondo comma, prevede sanzioni per chi dovesse intralciare le attività delle organizzazioni: queste possono andare fino alla revoca dei permessi di praticare l’aborto nella struttura.La proposta non ha mancato di scatenare polemiche: alcuni palesano il rischio di un attentato ai diritti delle donne e di un primo passo verso la revisione in senso restrittivo della legge 194 del 1978 sull’aborto. I sostenitori della proposta, invece, dichiarano che l’intento è solo di vedere applicata quella collaborazione tra associazioni e ente pubblico, già prevista nella stessa 194, che spesso non funziona.Maggiore informazione. Il Movimento per la vita non è il promotore di questa proposta di legge. Lo sottolinea Olindo Righetto del Centro alla vita di Mirano, che di questa legge di iniziativa popolare ha seguito l’iter passo passo. “La proposta è nata da alcuni cittadini e il nostro movimento ha deciso di appoggiarla, anche concretamente, aiutando nella raccolta delle firme necessarie perché fosse presentata. Dopo l’approvazione nella V Commissione regionale, ci è stato detto che verrà messa all’ordine del giorno del Consiglio regionale forse già entro il mese di settembre: noi auspichiamo che sia vero”.Righetto sottolinea come la proposta applichi gli articoli 2 e 5 della legge 194/78, dove si dichiara che le donne debbono essere informate sulle conseguenze dell’interruzione di gravidanza e che devono essere rimossi tutti gli ostacoli che conducono la donna all’aborto. “Questo spesso non avviene – spiega Righetto – e nella nostra esperienza del telefono SOS Vita, ad esempio, riceviamo moltissime telefonate di donne disperate che ci raccontano che, se fossero state informate, non sarebbero ricorse all’aborto. La maggioranza delle ragazze che vengono in contatto con i nostri centri, che possono anche dare accoglienza a chi è in difficoltà, scelgono di non abortire”.Collaborazione tra pubblico e privato. “Il problema – suggerisce Ubaldo Cammillotti del Movimento per la vita di Padova – è che la 194 è stata travisata: non garantisce il ‘diritto’ della donna all’aborto, ma la ‘possibilità’ di ricorrervi nel caso vi siano dei motivi che pregiudicano la salute fisica o psichica della donna. Nessuno vuole togliere alla donna il diritto di decidere: ma vogliamo che lo faccia dopo che è stata informata ed è a conoscenza di tutte le alternative”. “Lo spirito – aggiunge – è quello giusto, ma non è necessario insistere troppo sulla presenza dei volontari nei consultori e nelle corsie, cosa che non tutte le associazioni potrebbero garantire. Più importante è che vi sia una collaborazione tra pubblico e volontari, che in alcuni casi esiste e funziona. Se i consultori facessero la loro parte, la presenza dei volontari non servirebbe”.Alcune perplessità. Chi lavora negli ospedali potrebbe sentire la legge come un’ingerenza, pur approvandone lo spirito. “Anch’io auspico da parte del servizio pubblico una maggiore attenzione al problema e un lavoro di rete con il privato – dichiara Daria Minucci, primario della Divisione di Ostetricia all’Azienda ospedaliera di Padova – perché non ci sono dubbi che la legge 194 sia stata poco applicata nella parte che parla di prevenzione. Tuttavia, avrei preferito una legge che proponesse di fare un progetto-obiettivo specifico su questo tema”. La Minucci richiama anche la questione della privacy: “Temo che vi possano essere motivi di incostituzionalità. Non so inoltre come volontari preparati potrebbero garantire una presenza in tutti i luoghi dove dovrebbero essere. Vedo invece molto bene la disponibilità del materiale informativo e sono favorevole alla presenza di uno sportello informativo all’interno della struttura pubblica, gestito anche dai volontari, al quale indirizzare le donne che volessero informazioni”.a cura di Emanuele Cenghiaro(20 settembre 2006)