Immagine mossa

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Il conto alla rovescia, avviato un anno fa, è ormai al termine: ancora poche settimane e si accenderanno i riflettori sui quasi tremila delegati al Convegno di Verona, folta rappresentanza dell’intero corpo ecclesiale. Il programma è definito nei particolari e l’organizzazione ultimata: per cinque giorni – dal 16 al 20 ottobre – il capoluogo veneto sarà il cuore pulsante della Chiesa italiana, su cui si concentreranno gli sguardi di molti. E non a torto: data la rilevanza del mondo cattolico nostrano nelle reali dinamiche sociali e culturali, il futuro del Paese passa anche di qui.

I Convegni decennali sono sempre stati anche un’istantanea sul vissuto ecclesiale del momento, lasciando emergere le attese e i fermenti di novità, insieme alle fatiche e alle distanze da colmare. Quale sarà il volto della Chiesa italiana che rilancerà l’assise di Verona? È presto per dirlo, ma a giudicare dai contributi inviati al comitato preparatorio dalle diocesi e dagli altri soggetti ecclesiali, il primo tratto che emerge è quello di comunità fortemente radicate nel territorio e presenti nei passaggi fondamentali dell’esistenza. Una Chiesa “vicina” e popolare, nonostante i segni sempre più marcati della secolarizzazione. E i tentativi, continuamente risorgenti, volti a confinare la fede nella sola sfera intima delle coscienze, come se queste non debbano entrare in gioco quando si tratta di compiere le scelte che danno forma alla vita pubblica.

Vinta la prima scommessa, quella di non frammentare la riflessione secondo i settori della pastorale ma articolarla in riferimento alle esperienze essenziali della vita, il Convegno si trova davanti l’esigenza di dare una forma organica ai numerosi obiettivi individuati; di definire le vie prioritarie, essenziali e praticabili, della testimonianza cristiana nel contesto attuale. Più ancora, di disegnare la fisionomia dei credenti nella società liquida e ripiegata di oggi. L’invito alla speranza, presente fin dal titolo del Convegno, non è infatti da intendersi rivolto al solo mondo esterno.

Nella foto di gruppo della Chiesa italiana ci sono anche zone in ombra, ossia soggettività da valorizzare e non lasciare in secondo piano. Emblematico in proposito è il titolo del recente libro di Paola Bignardi, coordinatrice nazionale di Retinopera: “Esiste ancora il laicato?”. Un’utile griglia di lettura, con i toni pacati della riflessione, per verificare la maturità ecclesiale e la capacità di convergenza dei laici italiani.

È anche un’immagine mossa quella della comunità cristiana, sempre più consapevole di dover uscire dai propri confini e non cedere alla stanchezza e alla sfiducia, tentazioni acutizzate dalla difficoltà del confronto culturale e religioso in atto. Ma la foto è sfocata anche a causa dell’affanno che prende quando tutto sembra sfuggirci di mano, quando si cerca di riempire con delle iniziative dei vuoti più profondi.

La tentazione del momento è quella di mettersi a studiare strategie e pianificare la difesa. Molto meglio una prospettiva di investimento sui tempi lunghi dell’educazione e sulla vita alternativa offerta dalla santità feriale, come quella dei testimoni del Novecento (da Giorgio La Pira ad Annalena Tonelli, da Rosario Livatino a Gesualdo Nosengo) scelti nelle Regioni d’Italia e che costituiscono il primo “documento” di Verona. C’è un requisito che i delegati al Convegno non possono proprio lasciare a casa: la passione di comunicare, con tutti i mezzi, le ragioni della loro gioia.

Ernesto Diaco

(20 settembre 2006)