SPAGNA
Misure più restrittive per fronteggiare l’immigrazione clandestina
“Ponte verso la speranza”. Così definisce le isole Canarie OSCAR GUERRA , delegato per le migrazioni della diocesi di Tenerife. Guerra racconta le caratteristiche della nuova immigrazione, che da 11 mesi sta arrivando in Spagna da alcuni Paesi africani. La Spagna ha già iniziato a rimpatriare più di mille persone dal Senegal sbarcate alle Canarie. Provvedimenti che fanno parte delle nuove politiche del governo per controllare l’immigrazione, più restrittive nei confronti dei clandestini. A Guerra abbiamo rivolto alcune domande. Il governo spagnolo sembra aver cambiato rotta sull’immigrazione e promette più controlli e meno permessi. Che ne pensa? “Si cerca di mettere toppe alla situazione che stiamo vivendo; situazione che qui alle Canarie sta diventando insostenibile, a causa del continuo arrivo di nuovi ‘cayucos’ (pescherecci) e le notizie di centinaia di imbarcazioni che si preparano a salpare verso la Spagna alla ricerca di un futuro migliore”. Ma l’immigrazione può essere bloccata? E’un diritto degli uomini e delle donne… “Siamo davanti ad un ‘segno’ dei tempi che non sarà fermato da nessuna legge che si cerchi di imporre, poiché emigrare è un diritto di ogni uomo secondo la Carta dei diritti umani. Inoltre, se veramente si vuole trovare qualche soluzione, si deve cominciare a mettere in moto un progetto solidale di cooperazione con i Paesi africani. Bisogna anche promuovere la formazione e l’applicazione di tecnologie di sviluppo nei luoghi di origine degli immigrati. Quello sarà l’unico stimolo che li possa far a desistere dalla rischiosa avventura dell’emigrazione”. Prima arrivavano in Spagna le piccole navi conosciute come “pateras”. Oggi sono grandi pescherecci, i “cayucos”. Quanto è aumentato il numero di persone che riescono ad arrivare sulle vostre coste? “Un anno fa neanche si sapeva cosa fosse un ‘cayuco’, un tipo di nave costruito in Mauritania e Senegal per pescare. Nessuno sospettava che questa parola avrebbe portato il dramma che stiamo vivendo ora alle Canarie. Infatti, prima sbarcavano con le ‘pateras’, piccole barche di 5 o 7 metri usate dalle mafie per condurre i migranti fino alle isole di Lanzarote e Fuerteventura, incauti e ingannati di fronte al ‘paradiso’ Europa. Per dieci anni è stato così. Ma negli ultimi mesi il controllo sulle ‘pateras’ è stato forte e sembrava che ce ne fossero di meno. Ora invece arrivano i pescherecci: almeno 500 persone al giorno”. Una situazione veramente disperata… “Il nome vero di questa situazione è ‘L’Africa e le disuguaglianze di ogni tipo’. Poi non dobbiamo dimenticare che il grosso dell’immigrazione alle Canarie entra tramite gli aeroporti con visti turistici. Questi vanno ad ingrossare le liste di irregolari che vengono sfruttati. Ma la gravità oggi ci porta lo sguardo al mare. Arrivano in condizioni impensabili. Solo in questo fine settimana sono sbarcate 3.600 persone che dopo sei giorni di viaggio sognano questo paradiso. Non parliamo di quanti non ce la fanno e muoiono in mare. Il numero non lo sapremo mai”. Come si organizza la Chiesa locale di fronte a questa emergenza? “Noi come Chiesa ci sentiamo impotenti: siccome il problema è di altro rischio solo alcune entità possono lavorare direttamente con loro: la Guardia civile, la Polizia locale, il Servizio di salute delle Canarie e la Croce Rossa. La Chiesa si fa presente tramite la Caritas per facilitare tutte le risorse necessarie alla nostra delegazione. Lavoriamo senza sosta per sensibilizzare la nostra gente di fronte alla situazione di disperazione che vivono queste persone e per ottenere una risposta adeguata alla realtà che dobbiamo affrontare. La comunità locale deve accogliere gli immigrati come ‘altri volti vivi’ dello stesso Cristo”.