Sul discorso del Papa a Ratisbona che ha suscitato le proteste del mondo islamico, si soffermano anche i commentatori tedeschi. Su DIE WELT (20/9), Gernot Facius afferma: “ Quando il fumo dei cannoni dell’indignazione islamica si sarà dissolto, si vedrà che il dialogo tra Roma e il mondo islamico non è affatto interrotto. È addirittura rafforzato“. […] “ Che non vi siano alternative al dialogo interreligioso è una verità lapalissiana. Ma soprattutto in Germania, dove esiste già una vivace cultura del dialogo, non bisogna aspettarsi troppo dal colloquio delle religioni monoteiste “abramitiche“. […] Il dialogo con l’Islam non può essere basarsi sulla semplice attualità: la conseguenza sarebbe la frustrazione. Il dialogo deve sviluppare un proprio tempo di marcia e a lungo termine. Potrà essere fruttuoso solo se teologicamente approfondito e rivolto all’analisi delle questioni fondamentali. Tra queste vi è il rapporto con la violenza, con i diritti umani e della libertà – anche la libertà di religione dei cristiani nei Paesi islamici. Chi scansa questi pilastri di un dialogo sincero per non incollerire l’interlocutore, non promuove la pace“. Il settimanale DER SPIEGEL (18/9) dedica i servizi di copertina alla questione: “ Nel suo discorso sul rapporto tra ragione e fede in Dio, (il Papa) voleva chiarire che nessuno può esercitare la violenza per diffondere la religione. In questo intendo, si è un po’ nascosto dietro l’imperatore bizantino. Ma per il resto ha disputato alla maniera degli eruditi: il prof. Josef Ratzinger era tornato a Regensburg. Un indicatore di Dio che non ha pensato che le parole di un Papa vengono udite nella città così come nel mondo. Ma così ha predicato “urbi et orbi”. Sicuramente, il Papa… non si sarebbe alienato così violentemente il mondo islamico se non avesse citato la critica dell’imperatore bizantino“. “Che cosa ha voluto esattamente dire il Papa a Ratisbona ?” si interroga Henri Tincq dalle colonne del quotidiano francese LE MONDE (20/09). “Che il dialogo deve essere franco. Non più il dialogo dei buoni sentimenti… degli appelli tanto ripetitivi quanto inefficaci alla pace tra le religioni come anticipatrice della pace del mondo. Ciò che il nuovo papa reclama è un dialogo fondato sulla ragione: vi sono, sì o no, germi di violenza nei testi sacri? Vi sono, nell’islam come nelle altre confessioni, istanze critiche che consentano un’ermeneutica libera – un diritto di interpretazione – dei testi? Vi sono – prosegue Tincq – autorità magisteriali capaci e libere di enunciare ciò che è retto, denunciare ciò che è debordante, perseguitare il fondamentalismo?”. Per il giornalista non si può “tacere su tali questioni. Molti musulmani moderati se le pongono tutti i giorni, in maniera aperta o clandestina, per timore di rappresaglie”. Il CATHOLIC HERALD ( 15/09) si sofferma sull’ “ amabilità” di Benedetto XVI. Il recente viaggio “in Baviera dimostra – si legge in un commento senza firma – che è sbagliato dividere Joseph Ratzinger, così come hanno fatto molti, in due persone differenti: l’aspro, polemico guardiano della fede e il gentile papa di buon carattere: vi è infatti una perfetta coerenza tra il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e il sommo pontefice” che ha di recente spiegato di “voler presentare il cristianesimo come un’opzione positiva”. Per questo, prosegue il quotidiano cattolico inglese, “alcuni sono rimasti sorpresi dalla forza della sua omelia a Monaco, nella quale ha affermato che anche molti cattolici apparentemente devoti e attivi soffrono di sordità quando si tratta di Dio. Ma nessuno si sarebbe sorpreso del discorso di incitamento di vasta portata del Papa”. Per l’autore dell’articolo “la prima prova di un vicario di Cristo deve essere l’ortodossia; la genialità è un meraviglioso bonus in più”. “Ieri in Piazza San Pietro, quell’applauso della folla raddoppiata” è il significativo titolo dell’editoriale del quotidiano cattolico italiano AVVENIRE (21/09 ), dedicato all’ udienza generale del mercoledì, la prima dopo la vicenda di Ratisbona. Marina Corradi osserva che “nonostante quella non detta apprensione che percorreva ieri Roma, la gente in attesa era il doppio” di quanto ci si aspettasse, “come volendo dire , con la propria sola presenza, una vicinanza. Quasi andando a portare una silenziosa testimonianza: non abbiamo creduto a quanto è stato detto e gridato. Non possiamo credere a un Papa sobillatore di odio, a un Papa contro qualcuno”. “Come se, al di sotto o al di sopra dei titoli gridati e dell’avvitarsi di parole confuse e minacciose, un certo popolo sapesse vagliare i fatti oggettivi dalla loro eco amplificata e deforme”. Di fronte all’aspetto stanco di Benedetto XVI, sottolinea Corradi, i fedeli erano “come a casa loro” e di fronte alle sue spiegazioni “ lo hanno applaudito a lungo, caldamente” quasi a dire “lo sapevamo già, non ne avevamo dubitato”. Una “presenza corale e massiccia, facce di uomini a non lasciare solo quell’uomo che è il Papa”.