Il profilo che emerge

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È un libretto di cinquanta pagine denso di contenuti e ricco di proposte il primo “documento” del Convegno di Verona. I capitoli sono sei: uno per ciascun ambito della testimonianza (vita affettiva, lavoro e festa, fragilità umana, tradizione, cittadinanza) preceduti da una lunga sezione dedicata al tema generale dell’incontro veronese: “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”. Si presenta così la sintesi dei contributi elaborati dalle diocesi e dagli organismi ecclesiali nel corso dell’anno preparatorio. I delegati la troveranno in cartella il 16 ottobre al loro arrivo nella città scaligera: insieme con le relazioni dei primi giorni, costituirà la base di partenza dei lavori della grande assise della Chiesa italiana.

Un primo dato balza agli occhi. L’invito a un “esame di coscienza” è stato accolto: i contributi mettono chiaramente in evidenza le fatiche e i “nodi” dell’attuale vita ecclesiale. Individualismo, autoreferenzialità, attivismo organizzativo. Ma anche il fascino sottile di una religione “fai da te” e la tentazione dell’accidia. Sono queste le cause principali della debolezza della testimonianza cristiana. Di contro, non mancano i segni di speranza costituiti dai numerosi “fatti di Vangelo” vissuto, per lo più nell’umiltà e non raramente fino al martirio.

L’insistenza sul discernimento e sulla promozione di modelli culturali plasmati dalla fede lega la riflessione al precedente appuntamento di Palermo (1995), cui rimanda anche un’altra constatazione diffusa: la “conversione pastorale” – cui aveva invitato allora Giovanni Paolo II – non è ancora compiuta, tanto da far sentire il bisogno anche di un nuovo linguaggio e di una cura maggiore delle relazioni interpersonali: di passare – sottolinea il testo – da una “pastorale dei concetti” a una “pastorale dei contatti”. Ciò potrà avvenire solo incrementando lo stile sinodale della comunità cristiana. È quanto ha dimostrato il cammino preparatorio del Convegno, che già registra positive ricadute locali là dove si è allargato il cerchio dei soggetti coinvolti e non si è temuto il dialogo con il mondo della cultura, dell’arte, della società civile organizzata, degli stessi mezzi di comunicazione.

Libertà e profezia sono le due caratteristiche della Chiesa della speranza, continua la sintesi. Non c’è conflitto tra contemplazione e impegno nel mondo, né ci dev’essere estraneità tra l’agenda pastorale e i luoghi della vita quotidiana. Arroccarsi in difesa, colpiti dalla “sindrome della cittadella assediata”, riconosce il testo, sarebbe il segno di un forte deficit di fede e di speranza. Ciò che occorre, per diffondere una cultura della vita e della pace, è invece una “spiritualità della gioia”, l’unica capace di scuotere un mondo annoiato e distratto.

Il contesto multiculturale e multireligioso non è solo lo sfondo in cui si muove oggi la Chiesa, ma una sfida e un’opportunità di cui si deve tener conto nella vita ordinaria della comunità, chiamata a passare anche attraverso l’educazione al dialogo, a partire da quello ecumenico, e stili di vita alternativi alla superficialità diffusa. La sintesi del cammino preparatorio invita, pertanto, a una nuova “creatività pastorale”, che necessita dell’apporto originale della famiglia, di una crescente corresponsabilità dei laici, di una profonda coscienza vocazionale. Degno di nota è anche il bisogno di essenzialità manifestato dai contributi delle diverse realtà ecclesiali, così come le forti attese nei confronti della “pastorale integrata”, da non confondere con il mero auspicio a collaborare di più, ma da leggere come un vero modello ecclesiale da diffondere, improntato alla comunione e alla partecipazione di tutti.

Il profilo del testimone che emerge – conclude la prima parte del documento – è quello disegnato dal cardinal Ratzinger a Subiaco, pochi giorni prima della sua elezione a vescovo di Roma: persone che “rendano Dio credibile in questo mondo”, imparando da lui la vera umanità e parlando con l’intelletto e con il cuore. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini.

Ernesto Diaco

(27 settembre 2006)