ECUMENISMO

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“Prix Farel”: festival internazionale del film a sfondo religioso

Il racconto della fede attraverso una testimonianza forte o un esperienza originale, in un ambiente ecumenico, nel cuore “geografico” dell’Europa: è quanto accade ogni due anni al Festival internazionale del film a sfondo religioso, il “Prix Farel”, che si è svolto dal 2 al 4 ottobre a Neuchatel, in Svizzera. Trenta i titoli in gara suddivisi in tre categorie (cortometraggi, lungometraggi e formato medio), in maggioranza documentari e reportage televisivi andati in onda negli ultimi due anni nelle tv pubbliche e private europee. Per la 21ª edizione del premio, la giuria ecumenica ha scelto tra i cortometraggi “Un monastero nel cuore dell’islam”, mentre una menzione speciale è stata attribuita al corto della tv svizzera italiana “Adriana Zarri eremita in Piemonte”. Nella categoria “formato medio” la giuria ha votato all’unanimità “Angeli”, mentre per i lungometraggi è stato premiato il francese “All’ombra della fede”. A margine dell’evento abbiamo rivolto alcune domande al lussemburghese THÉO PÉPORTÉ , critico cinematografico di Signis, l’associazione internazionale cattolica per la radio, televisione e cinema, con sede a Bruxelles. Péporté era membro della giuria ecumenica di diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, rappresentata dal Sir. In che modo il cinema e i documentari televisivi riescono a far emergere i contenuti della fede? “Il cinema è una delle espressioni culturali che riflette maggiormente ciò che viviamo e che sentiamo, le esperienze interiori. Sono convinto che oggi molti film abbiano al proprio interno una dimensione spirituale e religiosa, se non ad un primo livello immediato, almeno ad un secondo sguardo”. Qual è allora l’impegno della vostra associazione? “Per Signis è importante lavorare in quest’ambito per far emergere sempre di più questa dimensione culturale, umana e spirituale dei film moderni. Siamo presenti soprattutto nei festival cinematografici, con una trentina di giurati cattolici e di altre confessioni, in Europa e in altre parti del mondo. Lo scopo è dare premi ecumenici per promuovere questi film negli ambienti cristiani, al cinema e altrove”. Le produzioni a sfondo religioso sono ancora marginali nelle televisioni pubbliche e private europee o hanno acquistato valore e visibilità negli ultimi tempi? “Non penso siano marginali. Bisogna capire cosa si intende per dimensione spirituale e religiosa. Anche in molti film destinati al grande pubblico spesso vi è un senso molto profondo sulle cose dell’essere umano. Far emergere queste dimensioni esistenziali è una buona cosa; bisogna fare il possibile perché raggiungano tutti coloro che vanno al cinema”. Le produzioni americane hanno monopolizzato il mercato cinematografico mondiale, con il rischio di creare la cultura del “pensiero unico”. Come valorizzare, invece, le produzioni europee? “La produzione europea non è così nascosta. Sappiamo tutti che la produzione americana investe molto denaro nei film e nel marketing. Ma, dall’altro lato, la produzione europea ha dei prodotti di buonissima qualità . Allora bisogna fare progetti a livello di Commissione europea e promuovere questi film. Molto già esiste ma bisogna essere ancora più coraggiosi e non avere paura di entrare in competizione con i film americani. La qualità europea è ottima”. Esperienze come il “Prix Farel” possono essere considerate come “ecumenismo di base” oppure sono più centrate sugli aspetti artistici? “Siamo in un altro ambito, perché qui si riuniscono credenti di diverse confessioni che discutono delle loro produzioni. Anche nel mondo germanofono c’è un’esperienza simile tra protestanti e cattolici e anche in altri Paesi ci sono progetti comuni. Partecipo a questo tipo di incontri da una ventina d’anni e ho l’impressione che abbiamo contribuito sicuramente a creare delle relazioni solide e degli scambi fruttuosi tra le persone, pur nelle nostre differenze, che sono evidenti. Penso che questi incontri aiutino a promuovere l’ecumenismo ‘pratico’ nell’ambito di questi gruppi di persone”. L’esperienza di persone di diverse confessioni che lavorano insieme è già di per sé un piccolo contributo alla costruzione di un’Europa più unita ed ecumenica? “Sì perché gli argomenti di cui si parla in questi film, al di là della dimensione spirituale e religiosa, sono così generali al punto tale da mostrare che le differenze di cui parliamo sono più di ordine teologico, anche se esistono e sono reali. Allora sono utili progetti ecumenici in quest’ambito”.