Educare alla vita

AGGREGAZIONI LAICALI

Tra pochi giorni si aprirà a Verona il IV Convegno ecclesiale nazionale, dedicato al tema “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo” (16-20 ottobre). Ecco le riflessioni in vista dell’appuntamento ecclesiale da parte dell’Agesc (Associazione genitori scuole cattoliche) e del Movimento per la vita Italiano. L’entusiasmo dell’educatore. “La famiglia rimane il luogo primario, originario e originale della trasmissione dei valori fondamentali della società, perché luogo della formazione morale, dell’educazione e dell’umanizzazione, luogo di incontro per i figli”: lo scrive l’Associazione genitori scuole cattoliche (Agesc) nel documento preparatorio per Verona, dal titolo “La famiglia come luogo di trasmissione della tradizione e della fede”. L’associazione pone una domanda alla riflessione comune: “Nell’Italia di oggi la trasmissione dei valori della tradizione, che nella cultura italiana si radicano profondamente nella tradizione cristiana, viene ancora percepita come impegno ineludibile delle famiglie? In quali termini può allora porsi il suo contributo nel solco della trasmissione dei valori umani e cristiani, in un clima culturale di confusione e di debolezza in cui si viene a problematizzare e a svilire il senso stesso della famiglia e del suo riconoscimento istituzionale?”.

La risposta che il documento fornisce si rifà alla scelta della Chiesa italiana di porre la “speranza” al centro della riflessione, collegandola specificamente all’impegno di tramandare i valori attraverso anche l’educazione. Scrive l’Agesc: “(È) importante il progetto di dedicare uno specifico ambito di riflessione e di progettazione nel 4° Convegno ecclesiale della Chiesa italiana per sollecitare la coscienza delle famiglie verso un rinnovato impegno di educazione e, in particolare, di educazione alla fede, nella luce di quella speranza che nasce dall’evento della risurrezione di Cristo. Su questa strada ancora in salita, l’invito della Chiesa italiana oggi, oltre che a riconfermare le precedenti Dichiarazioni, sollecita nonostante tutto ad una tenace ripresa e rivalorizzazione della funzione educativa della famiglia e dei genitori. Non possiamo giocare sulla pelle dei nostri figli e avvallare una tendenza alla dimissionarietà o alla delega dalle responsabilità educative… cui facilmente oggi si può essere tentati”.

Secondo l’associazione dei genitori delle scuole cattoliche, “ritorna quindi di grande incoraggiamento l’orizzonte della speranza cristiana… non solo come virtù umana, ma anche come orizzonte di senso della vita cristiana. Come credenti possiamo affermare che non c’è nessuna realtà umana e sociale completamente abbandonata da Dio e che quindi il mondo così com’è, merita tutta l’attenzione, la sollecitudine, la competenza, l’entusiasmo dell’educatore e del politico, proprio perché è segno storico di Cristo”. La “cultura della fragilità”. “Senza speranze anche solo puramente terrene, non si accettano più nemmeno i figli se non sono preordinati o commissionati e, difatti, tutto il mondo sviluppato – in Occidente e in Oriente – vive ancora in pieno inverno demografico. Al posto della speranza e in una società per molti aspetti senza Dio è la paura che subentra”. Lo scrive Pier Giorgio Liverani, in un contributo per il Movimento per la vita (Mpv), in vista del convegno di Verona dal titolo “Fragilità e speranza”. Riferendosi alla “fragilità” di chi “cede alla paura del figlio fino al punto di negargli la vita quando è ancora nel grembo materno” o di chi “gravemente malato, concentra tutto se stesso sul proprio io sino a invocare come aiuto la distruzione delle più deboli vite altrui per utilizzarne le cellule staminali”, Liverani annota che questi comportamenti “sono inerenti al limite dell’uomo, se manca quella che potremmo definire la cultura della fragilità”.

“Proprio il limite – prosegue – rende l’uomo capace di comprendere la sua dipendenza da Dio, innanzitutto, e poi anche dalle altre creature e persino dagli animali e dalla cose”. Per Liverani, “ciò non significa che ci si debba abbandonare alla fragilità. Bisogna piuttosto assumerla fino a farla diventare cultura, vale a dire capacità di confrontarvisi, di superarla quando essa è il frutto della miseria, dell’ignoranza, del sopruso, della violenza, dell’egoismo”.

Il testo suggerisce ancora di “assumere uno stile di vita tale che la sua normalità sia attenzione alla fragilità altrui”. A questo riguardo si sottolinea che “i volontari dei Centri di aiuto alla vita” sono veri maestri nella cultura della fragilità, nelle domande che arrivano dagli uomini e dalle donne alle prese con le fasi estreme della vita e nei palliativi che vengono proposti dalle tecnologie biomediche”. “Cultura della fragilità – conclude – significa, allora, anche cultura politica nel senso migliore di questa parola oggi così maltrattata e con tutto ciò che ne consegue in termini di leggi e di codici”.

(13 ottobre 2006)