COMECE
Verso il 50° anniversario del Trattato di Roma
“Cinquant’anni dopo il Trattato di Roma, quali valori per l’Europa?” è il titolo del seminario europeo di studi promosso a Clermont Ferrand (Francia), dal 9 all’11 ottobre, dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece). L’appuntamento ha rappresentato una tappa verso il convegno internazionale che si terrà a Roma, dal 23 al 25 marzo 2007, in occasione del 50° anniversario del Trattato che pose le fondamenta della Comunità europea. All’incontro hanno partecipato 50 esperti di diversi Paesi europei, affiancati da 250 giovani liceali, che hanno presentato il loro pensiero sull’Europa. SGUARDO COMUNE SULL’UOMO FERITO. “Ogni persona che rivendica questa eredità deve mantenerla viva, per oggi e per domani. Poiché abbiamo viva coscienza di essere gli ereditieri di un ricco patrimonio religioso, dobbiamo farlo fruttificare in quanto esso non risiede solo nel passato ma determina anche la nostra visione dell’avvenire e dei rapporti tra gli uomini. Non possiamo, tuttavia, invocare questa eredità senza assumerne i paradossi. Ad esempio, siamo chiamati a non riservare la nostra sollecitudine solo a chi è del nostro popolo ma a rivolgerla a tutti”. Così mons. HYPPOLITE SIMON , arcivescovo di Clermont Ferrand e membro della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece). Per ALFRED GROSSER , docente di scienze politiche all’Università di Parigi, “nella costruzione dell’Europa unita, la somma dei sacrifici è stata minore della somma dei vantaggi” e “tra i valori più importanti di questa esperienza è stato e sarà lo sguardo comune sull’uomo ferito”. “La volontà e la capacità di riconciliazione, il rispetto dell’altro – ha aggiunto – sono la strada sulla quale l’Europa cammina, ma non corre, perché sensibilità e impegni non si rafforzano e diffondono con la fretta”. Inoltre, ha ricordato Grosser, “ridurre le diversità a un’unica identità significa creare aggressività”. MIHALY KRANITZ , teologo all’Università di Budapest, lo ha confermato con la testimonianza sulla rivoluzione ungherese del 1956. “I carri armati – ha commentato – hanno fermato e ferito il desiderio di libertà di un popolo ma non l’hanno spento. L’Europa é fatta di queste storie di studenti, operai, intellettuali e gente comune”. EDUCARE ALLA DEMOCRAZIA. “Oggi il progetto europeo è visto dalla maggior parte dei finlandesi, come una soluzione economica e di sicurezza. Il consiglio ecumenico finlandese non ha potuto recentemente costituire un gruppo di lavoro per l’Unione europea come avvenne negli anni ’80 e ’90 per una mancanza di interesse da parte delle Chiese. La prosperità economica di cui godiamo tutti oggi in Finlandia non si inserisce nelle discussioni esistenziali sui valori. La questione non è, semplicemente, ritenuta importante”. Nessuno sconto all’idea di Europa in queste parole di JAN-PETER PAUL , funzionario della Commissione europea e docente all’Università di Helsinki. Diversa la posizione della storica rumena VIOLETTA BARBU che, descrivendo la situazione del suo Paese, ha affermato: “Ridotta alla miseria materiale e culturale dal regime sovietico, la Romania vede nell’allargamento ad Est la modalità non certo per esportare la democrazia ma per educare e formare alla democrazia”. Ha inoltre ricordato che “la Romania è presente con i suoi emigrati in molti Paesi occidentali e anche per questo si può realisticamente dire che è in Europa e si confronta con le sue diverse culture”. RACCONTARE AI GIOVANI. “Nella dichiarazione Schuman, troviamo un riferimento alla responsabilità storica dell’Europa per lo sviluppo del continente africano. Questa è, in modo particolare, una responsabilità portoghese. E questa responsabilità non può essere dimenticata quando l’Africa si trova ancora ai margini dello sviluppo mondiale”. Così PEDRO VAZ PATTO , magistrato e presidente della Commissione giustizia e pace del Portogallo, ha richiamato l’impegno dell’Europa per l’Africa. Riferendosi quindi alla realtà continentale, ha aggiunto: “La Comunità europea, al tempo dell’adesione del Portogallo, era vista come un club di ricchi e il mio Paese si accingeva a diventare il suo membro più povero”. Per questo, “non bisogna dimenticare che la coscienza di appartenenza a una vera comunità non è compatibile con le grandi disparità interne socio-economiche”. “La prospettiva polacca sull’Europa – ha commentato a sua volta HENRYK WOZNIAKOWSKI direttore delle edizioni Znac in Polonia – non si ferma alla dimensione economica ma si spinge a quelle storiche e culturali. Un Paese che partecipa alla costruzione di un’Europa unita elabora una propria nuova identità che nulla toglie a quella nazionale, anzi, la arricchisce”. Per lo storico italiano BINO OLIVI , per venti anni portavoce della Commissione europea e testimone dei primi passi del progetto comunitario, “dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi l’Europa ha percorso una strada in salita e i primi passi erano mossi da una grande speranza. I Paesi europei uscivano ferite profonde tra i popoli ma c’era il desiderio di costruire un comune avvenire di pace, di giustizia e di sviluppo. Purtroppo la storia della comunità europea è raccontata poco ai giovani e questo non li aiuta a guardare con realismo e fiducia alla costruzione dell’unità europea”. I giovani, ha ribadito lo storico, “devono essere consapevoli delle difficoltà di oggi ma non devono cadere nella trappola di un euroscetticismo, spesso guidato e dovuto anche a una cattiva informazione”. I DUE POLMONI. “Dopo Pio XI, che si è impegnato molto per far prendere coscienza ai cattolici delle conseguenze che la fede ha anche sul piano delle relazioni internazionali, Pio XII, dal 1945, ha incoraggiato fortemente tutte le iniziative in favore della costruzione di un’Europa unita”. Un quadro storico sul magistero pontificio e l’Europa è stato tracciato dallo storico JEAN-DOMINIQUE DURAND dell’Università di Lione. “Pio XII, Giovanni XIII e Paolo VI – ha aggiunto Durand – hanno sostenuto con determinazione il progetto dei democratici cristiani di creazione della Comunità europea. Con Giovanni Paolo II, papa venuto dall’Est e non legato alla storia dei partiti democratici cristiani, avanza una visione più ampia di un’Europa che respira con i suoi due polmoni, orientale e occidentale. Oggi Benedetto XVI si rivolge all’Europa con un appello al dialogo tra fede e ragione”. Riferendosi, infine, ai cambiamenti avvenuti negli ultimi tempi e che “hanno modificato anche l’idea di Europa”, lo storico ha sottolineato che “la Chiesa, priva della mediazione dei partiti democratici cristiani, si trova interrogata da una situazione nuova e che evidenzia la accresciuta responsabilità dei cattolici”. UN METODO DI SUCCESSO. A giudizio di HANNS JURGEN KUSTERS , docente di scienze politiche e di storia contemporanea all’Università di Bonn, “i Trattati di Roma del 1957 ripropongono oggi il successo di un metodo politico che ha rilanciato l’integrazione europea dopo il fallimento, nel 1954, del progetto di difesa comune. La nuova strategia ha saputo mettere in atto un processo che ha coinvolto diversi settori economici e, nello stesso tempo, ha individuato istituzioni soprannazionali con crescenti credibilità e competenze”. “Con il consenso dei rispettivi parlamenti – ha aggiunto Kusters sempre riferendosi al Trattato di Roma – è stato possibile prendere alcuni poteri dei governi nazionali e trasferirli, in modi diversi, alle istituzioni comunitarie preoccupandosi del bene comune dei singoli e del loro insieme”. In questa prospettiva, secondo il francese PHILIPPE HERZOG , già parlamentare europeo e presidente di “Confrontations sur l’Europe”, il futuro dovrà muoversi in due direzioni prioritarie: “Il rafforzamento della cultura dell’alterità e la consapevolezza che le profonde trasformazioni in campo socio-economico esigono una nuova intelligenza politica comune”. LA VIRTÙ DELL’APERTURA. Le migrazioni, le nuove e diverse insicurezze, il rapporto tra pubblico e privato: sono alcune tra le questioni che l’Europa dovrà affrontare con una più efficace politica comune, secondo quanto emerso nei lavori dei gruppi di studio. A queste sfide si aggiunge “il confronto tra patriottismo economico e sviluppo condiviso: il primo come arma spesso brandita dall’autorità e il secondo come risposta ancora fragile della società civile”. Nello stesso tempo, si è sottolineata l’urgenza di “fermare il degrado del consenso e rilanciare su basi culturali nuove il rapporto cittadini-istituzioni, tenendo anche conto che di certe fragilità e lacune non sono responsabili solo i leader perché esse sono spesso il risultato di una crisi culturale diffusa”. “Non meno Europa ma più Europa per rispondere alle paure, alle domande delle persone, alle sfide del tempo”. Questo il pensiero di MICHEL CAMDESSUS , presidente delle Settimane sociali francesi, alla conclusione del seminario della Comece. “L’Europa ha bisogno di uomini politici coraggiosi, che sanno decidere, che non aspettano gli esiti dei sondaggi per assumersi responsabilità e correre rischi per la realizzazione del bene comune”, ha, a sua volta, aggiunto PHILIPPE SCHOUTHETTE , già rappresentante del Belgio presso l’Ue. Dello stesso avviso NOËL TREANOR , segretario generale della Comece, che ha sottolineato come “i cristiani nei momenti più impegnativi della storia europea abbiano dato un contributo di speranza e di fiducia con proposte e impegni concreti e condivisi”. Ricordare il Trattato di Roma, ha concluso mons. Hippolyte Simon significa “dare continuità al pensiero di Giovanni Paolo II che Europa è un’apertura e oggi soprattutto i cristiani sono chiamati a esercitare le virtù dell’apertura che non sono astrattismi ma scelte di dialogo, accoglienza, giustizia e pace”. I lavori del seminario di Clermont Ferrand saranno ripresi nella plenaria della Comece che si terrà a novembre, mentre molte iniziative partiranno dalle realtà locali con il sostegno della stessa Comece. L’appuntamento finale è a Roma dal 23 al 25 marzo 2007.