Quotidiani e periodici europei

Anche in Germania ci si interroga sugli sviluppi circa gli esperimenti atomici in Corea del Nord. Su Die Welt, Torsten Krauel (12/10) osserva: “… Non si tratta di imporre un cessate il fuoco da parte dell’Onu nei confronti di un aggressore. Si tratta della zona grigia nella legislazione dell’Onu, di come definire le conseguenze finora non disciplinate della violazione del Trattato di non proliferazione… Sarebbe problematico motivare una minaccia militare come per Saddam con una violazione del cessate il fuoco dell’Onu” . Sulla Frankfurter Rundschau (10/10), Harald Maas annota: “L’unica strada per avere a che fare con il regime è la diplomazia. La comunità internazionale degli Stati deve reagire alla provocazione di Kim su due binari: massima pressione e disponibilità a livello politico. La pressione deve essere esercitata dagli Stati che hanno finora sostenuto maggiormente il regime: la Cina e la Corea del Sud. Questi Paesi sono gli unici che possano davvero esercitare un influsso economico su Pjongjang. Seul deve sospendere gli aiuti con cui ha finora sostenuto il Nord. Ancora maggiore è l’influsso economico della Cina… Se Pechino, che si considera tradizionalmente protettrice della Corea del Nord, chiudesse le frontiere con la Corea del Nord, assesterebbe un colpo al regime. Ma la vera soluzione del conflitto è a Washington. Gli Usa devono avviare trattative dirette con Kim Jong Il. Con l’obiettivo di un avvicinamento politico” . E sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung (12/10), Petra Kolonko scrive: “Con la dura condanna e l’annunciato consenso alle sanzioni Onu, la Repubblica popolare (cinese) si avvicina alle posizioni dei critici di Pjongjang…. Per la Cina, la posta in gioco è maggiore rispetto ad altri membri permanenti del Consiglio. Pechino deve liberarsi dalla vecchia dottrina della politica estera cinese, secondo cui le sanzioni non devono essere strumenti di politica internazionale. Una decisione in tal senso nel caso Corea del Nord rappresenta un precedente che potrebbe implicare una posizione diversa da parte della Cina anche per altri casi, come ad esempio l’Iran. In tal modo, la Cina mette a repentaglio amicizie che si erano consolidate a livello internazionale proprio per via di questo atteggiamento. Finora gli amici della Cina in Africa o nel Medio oriente potevano essere certi che Pechino non si sarebbe unita alle condanne comuni o che addirittura le avrebbe impedite” . All’assassinio della giornalista russa Anna Politkovskaia dedicano ampio spazio i quotidiani inglesi e francesi. “A volte le persone pagano con la propria vita per aver espresso ad alta voce ciò che pensano”: riprende le parole pronunciate dalla giornalista in una recente conferenza stampa, un ricordo del quotidiano britannico THE GUARDIAN (9/10) che nello scorso mese di marzo aveva pubblicato un suo pezzo sull’inquinamento chimico della regione di Shelkovsk. “Sabato scorso è stata assassinata una delle più brillanti giornaliste russe – si legge nella nota del quotidiano – che, più di ogni altro collega, ha sfidato sia lo Stato russo sia i ribelli ceceni”. Consapevole “del rischio che correva, invitata a lasciare Mosca, ha deciso di rimanervi. Un coraggio che è costato alla signora Politkovskaia la vita. Ora Putin deve dimostrare altrettanto coraggioso nel trovare gli assassini”. Questi i titoli del quotidiano francese LE MONDE (11/1) che ospita un’inchiesta della giornalista sulla Cecenia: “La questione Putin” e “La Russia imbarbarita”. “L’omicidio di Anna Politkovskaia – si legge nell’editoriale – non può essere imputato al regime, ma si inscrive in un clima di violenza, di non rispetto del diritto e di intolleranza, dei quali ” il governo Putin “ ha una buona parte di responsabilità”. Dopo l’uccisione della giornalista, “un crimine nel quale tutto indica la volontà di eliminare una voce che dava fastidio, il messaggio che Anna si sforzava di diffondere assume ancora più forza”, ed è quello di “ una Russia in cui i metodi della guerra condotta per sette anni in Caucaso in nome della lotta contro il terrorismo internazionale, hanno finito per diffondersi in tutta la società”. Sulle parole di Benedetto XVI all’udienza generale di mercoledì 11 ottobre, tese a sottolineare l’importanza della verità e della conservazione della propria identità nel dialogo tra religioni e culture, si sofferma l’editoriale del quotidiano cattolico italiano AVVENIRE (12/10). “Oggi – osserva Davide Rondoni – spesso viene chiamato dialogo una specie di minuetto, una chiacchiera vagabonda tra persone soddisfatte, senza amore per la verità”. Secondo il giornalista, invece, “il dialogo non può che accendersi di passione e rigore se c’è interesse per la verità, cioè se davvero si vuole che gli uomini abbiano possibilità di unirsi. Chi sopporta la menzogna e blatera di unità, in realtà favorisce la divisione”. “Contro la falsa pratica del dialogo, che è narcosi delle coscienze utile solo a chi vuol gestire il potere senza incomodi – prosegue Rondoni -, il Papa insiste ” nell’esortazione a “conservare l’identità della nostra fede”. E “non è una questione di bravura nella dialettica culturale, ma di vita”.