Ancora vecchi schemi

ARTICOLI – INTERVISTE

Mezzi d’informazione “incapaci di leggere la polifonia della Chiesa, la sua ricchezza e complessità”. È l’impressione che Piermarco Aroldi , vicedirettore dell’Osservatorio sulla comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ricava dalla copertura data dai media laici al Convegno ecclesiale nazionale di Verona.

Quali osservazioni le ha suggerito la lettura di ciò che i giornali hanno scritto a proposito del Convegno di Verona? “Tre sono le linee che emergono. Innanzitutto hanno mostrato sorpresa davanti al fatto che la Chiesa a Verona ha dibattuto, anziché registrare un formale consenso unilaterale. Tuttavia, non sono stati rivisti gli schemi con cui la stampa tende a ragionare quando parla della Chiesa, e di quella italiana in particolare. Sembra, e questa è la seconda considerazione, che vi sia una generale sudditanza, più o meno interessata, a una visione bipolare o mutualistica, ormai datata, della Chiesa italiana. Qui traggono forza le contrapposizioni tra laici e chierici, tra progressisti e conservatori, tra Ratzinger e Tettamanzi, tra teocon e teodem e così via. Sono schemi pigramente replicati, accompagnati chiaramente, a volte, da un interesse a far pendere l’asse da un parte piuttosto che dall’altra. Infine, tra la sorpresa iniziale e la sudditanza a questa visione bipolare, la stampa italiana esce ancora una volta segnata da una certa incapacità di leggere la polifonia della Chiesa”. Una stampa, dunque, arroccata su posizioni preconcette? “I giornali hanno focalizzato moltissimo l’attenzione sui tre interventi principali dal punto di vista dell’autorità del magistero: Tettamanzi, il Pontefice e Ruini. La cosa, di per sé, è contraddittoria: proprio la stampa laica, di solito, lamenta lo scarso ruolo dei laici nel dibattito ecclesiale. Poi, quando vi è un ambito in cui i laici parlano, dà voce soltanto ai prelati. Tutto quanto è stato maturato nel corso del dibattito è passato in secondo piano. Al punto che vi sono argomenti, trattati negli ambiti, di cui la stampa denuncia l’assenza perché non accentuati nei tre interventi istituzionali: pensiamo, ad esempio, a quanto riguarda le problematiche del mondo del lavoro”. Questa analisi si può applicare anche al mondo radiotelevisivo? “A maggior ragione il discorso vale per la tv. Il mezzo accentua l’aspetto personalistico, per cui aver a disposizione tre personaggi così rilevanti è estremamente funzionale, ma al tempo stesso riduttivo. Inoltre, addentrandosi poco nel dibattito, i media non sono riusciti a cogliere alcune novità rispetto al passato”. Ad esempio? “Un aspetto molto presente nel dibattito preparatorio era la comunicazione della Chiesa e del Vangelo. Tuttavia, nel corso dei lavori l’asse è stato spostato verso la centralità della formazione. È una dimostrazione che il Convegno, anche rispetto alla sua preparazione, ha introdotto delle novità, che se però non si cercano non possono essere messe in luce”. Come si pongono le istituzioni cattoliche all’interno di queste dinamiche comunicative? “Il meccanismo di lettura da parte dei media è generalmente più forte della capacità di comunicazione delle istituzioni, e ciò vale in qualsiasi ambito. Nel caso dell’influenza aviaria, ad esempio, le istituzioni comunicavano fin troppo, eppure i media hanno sviluppato una loro linea comunicativa che a un certo punto è diventata quasi indipendente, perché il meccanismo narrativo dell’aviaria era più forte di ciò che le istituzioni dicevano. Oltre un certo limite, dunque, i media hanno delle dinamiche che una comunicazione istituzionale non riesce a determinare, o modificare per una rappresentazione più realistica”. È possibile rompere questi schemi? “L’impegno va perseguito sul piano dei legami professionali, puntando sulle reciproche competenze di chi comunica, in ambito ecclesiastico, e chi raccoglie queste informazioni. Si possono stringere canali preferenziali con i giornalisti della stampa laica, nel tentativo almeno di garantire la completezza dell’informazione”. I media cattolici quale lezione possono trarre dall’esperienza di Verona? “È evidente che c’è ancora un problema di linguaggio nelle forme di espressione della Chiesa, una retorica difficile e ambigua per un lettore che, pur interno alla comunità ecclesiale, non abbia una consuetudine con i documenti. Due sono i possibili momenti di convergenza. Da parte delle realtà ecclesiali l’utilizzo di un linguaggio che sia facilmente accessibile, pur restando al contempo corretto e rigoroso. Ai media cattolici, invece, spetta il compito di saper tradurre sempre meglio la voce della Chiesa, adeguarne il linguaggio alle concrete realtà delle singole diocesi. È un’esigenza impellente e più che mai decisiva”.

(21 ottobre 2006)