Il sorriso nella fatica

DOPO VERONA

Sarà probabilmente ricordato come il Convegno ecclesiale dei laici, quello che si è appena concluso a Verona: non solo per la matura e composta testimonianza offerta dai presenti, ma per l’insistenza e l’intensità degli accenti con cui il tema è tornato nel corso delle giornate scaligere.

I laici cristiani escono dal Convegno contenti di vedere che la loro vocazione è ritenuta ancora importante per la missione della Chiesa italiana di oggi; soprattutto rinfrancati nel vedere come molte delle intuizioni che essi hanno avvertito in questi anni sono state riconosciute e accolte: penso alla autonomia e responsabilità laicale negli ambiti della vita politica e sociale; penso al loro coinvolgimento corresponsabile nella pastorale in forme non esclusivamente operative ed esecutive; penso al valore riconosciuto al loro impegno nelle realtà secolari della vita di ogni giorno.

A fronte dell’autorevolezza delle voci che si sono levate per affermare la necessità della vocazione laicale – a cominciare dal card. Tettamanzi, presidente del Convegno, al card. Ruini, e poi dal Papa stesso – non sarà più possibile mettere in discussione la valorizzazione dei laici nella vita della Chiesa. Ma… qualcuno potrebbe osservare che queste sono affermazioni che non attendevano Verona per essere confermate: già il Concilio si era espresso in questo senso. Sappiamo però della fatica con cui, dopo i primi entusiasmi, il magistero conciliare è entrato nella vita delle comunità, soprattutto rispetto alla vocazione dei laici cristiani.

Nella sua prolusione lo ha ricordato anche il card. Tettamanzi, quando, citando Giovanni Paolo II, ha ricordato che occorre affrettarsi sulla strada che realizza “l’ora dei laici”. Ed è un’ora che appare tanto più urgente quando si guardi ai livelli più popolari della vita delle comunità: soprattutto i laici che vivono nelle parrocchie sperimentano la fatica di convincere che la Chiesa non più farsi né comunità né famiglia di Dio se si chiude alla vita; che non c’è missione possibile se non si presenta una vita cristiana umanamente ricca e bella; che ai laici non si può chiedere solo di occupare la sagrestia; che la dignità della loro vita di persone adulte, di padri e madri di famiglia, di professionisti… non può dissolversi nel momento in cui essi mettono piede in parrocchia.

Non sembrino esagerazioni. Il ritorno di clericalismo di oggi non è né teorico né ecclesiale: è prima di tutto il frutto di un impoverimento del tessuto umano delle comunità; soprattutto delle paure di quanti hanno la responsabilità della comunità in questo tempo difficile e pensano che il serrare le fila sia la risposta più adeguata. Ma per fortuna il Convegno ecclesiale ha detto altro.

Ora, laici e preti, monaci e suore, hanno davanti il compito appassionante di costruire con nuova fiducia, figlia della speranza, comunità aperte, in dialogo con il mondo. Perché la questione dei laici riguarda proprio il rapporto della Chiesa con il mondo di oggi; non è una questione di categoria, non riguarda una vocazione nel suo valore: riguarda un’immagine di Chiesa, chiamata oggi più che mai a essere in rapporto con una società che cerca senso; con un mondo che ha bisogno di giustizia e di umanità. Riguarda una Chiesa amica: Papa Benedetto ha parlato di una fede amica dell’intelligenza; parafrasando la sua affermazione, potremmo dire che oggi c’è bisogno di una Chiesa amica delle persone, della vita quotidiana, amica della dimensione umana della nostra esistenza; una Chiesa amica della vita, di cui mostrare la bellezza: non in astratto, ma a partire dalle situazione ordinarie e quotidiane dell’esistenza di tutti.

Occorrerà non lasciar cadere le affermazioni del Convegno, magari paghi di averle ascoltate: le cose grandi sono anche fragili; devono essere custodite e curate. Occorre non perdere tempo e non distrarsi per far sì che la nostra Chiesa non manchi l’appuntamento concreto con l’ora dei laici. Un vescovo alla fine del Convegno mi ha detto: “Questa gente ha un volto pasquale”: ha un sorriso luminoso e i segni di sofferenze profonde. Che la Chiesa dei prossimi anni ci veda tutti insieme, nelle nostre diverse vocazioni, a renderci testimonianza della forza del Risorto che rende capaci di sorriso pur dentro le fatiche della storia.

Paola Bignardi

(24 ottobre 2006)