La parola al territorio

DOPO VERONA

Cronache, servizi, commenti, speciali: lo spazio dedicato dai 160 settimanali cattolici aderenti alla Federazione italiana settimanali cattolici (Fisc) al 4° Convegno ecclesiale nazionale è stato rilevante fin dal tempo della preparazione. Proponiamo in queste pagine alcuni passi degli editoriali dei direttori e delle note di collaboratori sull’evento veronese.

A servizio dell’uomo. Grazie a Verona, “gli italiani ora sanno di potere contare/sperare su una Chiesa che non è interessata al potere, ma all’uomo”. Ne è convinto Vincenzo Rini , direttore di LA VITA CATTOLICA, il settimanale diocesano di Cremona. “Nel Convegno – prosegue il direttore – è apparsa chiara la passione forte e decisa per tutto ciò che ha sapore e dignità di umanità. In un mondo nel quale sempre più i poteri politici, culturali, massmediatici e scientifico/tecnologici tendono a ridurre l’uomo a oggetto, materiale di laboratorio, prodotto, suddito, cliente, consumatore…”.
In sintesi, “la Chiesa italiana ha detto a chiara voce che il suo interesse è per l’uomo, per tutto l’uomo, per ogni uomo. Uomo/embrione o uomo in coma, uomo colto e uomo illetterato, grande miliardario e miserabile che muore di fame: a tutti questi uomini la Chiesa non chiede voti, non domanda nemmeno quale religione professino… Sono uomini e questo basta; tutti hanno pari dignità e uguale diritto all’amore e all’attenzione dei cristiani. Possiamo ben dirlo: sempre più cresce la convinzione che solo la Chiesa sia rimasta il baluardo in difesa dell’uomo”.

Testimoni, non “testimonial”.
“Verona ci dice che abbiamo bisogno di testimoni e non di testimonial. Se la speranza – come ho trovato scritto alcuni giorni fa in una bella vignetta – è aprire bottiglie finché non trovi il messaggio, tocca a ciascuno di noi nascondere qua e là, nelle pieghe della vita quotidiana, qualche biglietto che rimetta la speranza nel vocabolario del nuovo millennio”. È quanto scrive Ernesto Diaco , sul settimanale della diocesi di Cesena, CORRIERE CESENATE. Durante l’appuntamento scaligero, secondo l’autore dell’articolo, “le sfide dell’oggi sono emerse tutte: la riduzione dell’uomo a un semplice prodotto della natura, l’emergenza educativa, la frontiera del dialogo interreligioso, una pastorale meno settoriale e più vicina alle persone. Una fede amica dell’intelligenza, ha ricordato Benedetto XVI, saprà far emergere i di Dio alla vita e all’amore, anche attraverso i no non negoziabili alla guerra, a ciò che calpesta la vita e la dignità umana, alle forme asfittiche di famiglia e di società”.

“Non è un Convegno di partito, non è un’assemblea sindacale, non è un consiglio di amministrazione di una holding, è molto di più, quello di Verona è un avvenimento di comunione fra uomini chiamati da Gesù a seguirlo, a farsi annunciatori di quella presenza eccezionale che si offre come significato totale all’esistenza dell’uomo”. È il commento di Alessandro Rondoni , direttore di IL MOMENTO, il settimanale diocesano di Forlì. Per Rondoni, “l’uomo di oggi ha ancora bisogno di speranza. La rivoluzione tecnologica ha sì dotato la persona di nuovi strumenti, certamente utili per comunicare, per navigare, ma l’orizzonte, invece di aprirsi, rischia di chiudersi… Per una migliore qualità della vita è necessario un corretto rapporto con la realtà, che nasce dalla ricerca di senso, del significato delle cose”.

Alcuni interrogativi aperti. A formulare alcuni interrogativi aperti, tracciando un bilancio delle giornate veronesi, è Vincenzo Tosello , direttore di NUOVA SCINTILLA, il settimanale della diocesi di Chioggia, “Occorre tradurre in italiano oggi – si è detto – la fede di sempre”, si legge nell’editoriale: “Il problema del linguaggio rimane vitale per parlare a un mondo che cambia; mentre ci tocca spesso di sentire risuonare ancora soltanto l’ecclesialese. Ma fin dove può spingersi il rinnovamento del linguaggio nei confronti della stabilità delle verità? Come allargare gli spazi della razionalità senza cedimenti in quelli della fede?”. E ancora, riguardo ai laici: “Come conciliare la responsabile libertà delle scelte e l’ovvia ribadita necessità della verifica con la gerarchia? L’apprezzabile credito accordato a intellettuali di frontiera (teocon…) può creare sconcerto in chi ha cercato sempre di stare nella Chiesa? Il Convegno, già grande cosa in sé, si valuterà nei suoi effetti. Ma chi misura l’incidenza effettiva di raduni e documenti?”.

“Quale antidoto, quale risposta possono dare i credenti a questo mondo secolarizzato?”, si chiede Gino Mecca , direttore di L’ARALDO ABRUZZESE (Teramo): “Occorre sfuggire alla tentazione della rinuncia, al ripiegamento sul sé, per essere attori di una grande testimonianza cristiana, che si attui e si concretizzi nei vari ambiti dell’esperienza umana, in uno stretto collegamento tra fede e vita quotidiana”.

“Per rendere credibili i discorsi veronesi di papa, cardinali, vescovi, preti e laici di spicco – sottolinea Gianni Failla , su CAMMINO, il settimanale della diocesi di Siracusa – si esige operatività popolare generosa, entusiasmo aggregante tra la nostra gente, vera ed appassionata protagonista della complessa vita di tutte le meravigliose periferie d’Italia… Si tratta, infatti, di parlare adesso decisamente meno e di vivere di più”.

Il tempo dei laici. “Ci vorrà del tempo per comprendere i frutti del Convegno ecclesiale nazionale di Verona”, scrive Giovanni Tonelli su IL PONTE, il settimanale della diocesi di Rimini, e prosegue: “Una delle risposte subito emerse è la valorizzazione della presenza e dell’operato dei laici nella comunità cristiana, anche se è vero che tante esperienze, che di per sé rappresentano una ricchezza per la Chiesa, restano autoreferenziali. Eppure oggi non ci sono alternative. Fondamentale è il ruolo dei laici, per portare il Vangelo nei luoghi della vita. Ai responsabili della comunità cristiana i laici chiedono che sia valorizzata la loro esperienza spirituale nel quotidiano, e non solo quando si impegnano come catechisti, o animatori, o operatori della pastorale”.

A soffermarsi sul tema della laicità è anche Domenico Amato , direttore di LUCE E VITA, il settimanale della diocesi di Molfetta: “È risuonata, più e più volte in aula, la parola corresponsabilità. Una parola importante che è stata rivolta ai cristiani laici a cui è stata chiesta una assunzione di responsabilità matura, da condividere insieme con i pastori e illuminata dal magistero. Ai laici è stato chiesto una fede robusta da testimoniare nella chiesa e nel mondo”. Per Amato, un’altra prospettiva importante presentata a Verona “è stata quella di un dialogo franco col mondo contemporaneo, senza aver paura delle sue contraddizioni e senza tentennamenti circa la testimonianza cristiana. In questo la riflessione magistrale di Benedetto XVI circa l’inveramento che la fede può e deve dare alla ragione è stata pietra miliare da cui ripartire per un rinnovato confronto con la modernità”.

“Mai come nei giorni scorsi nei padiglioni della Fiera si è parlato così poco del clero e così tanto del ruolo dei laici”. L’osservazione è di Alberto Margoni , che su VERONA FEDELE (Verona) fa notare che, durante il Convegno, “di fatto è stata ribadita la necessità di una presa di coscienza che quella laicale è una vocazione prima ancora di essere una condizione, uno stato di vita, ed è necessaria un’ampia e profonda opera formativa dei laici”.

Giordano Frosini , direttore di LA VITA (Pistoia), scrive: “È soprattutto in questione quella famosa mediazione culturale, di cui si cominciò a parlare nel Convegno di Roma, che ha attraversato anche i successivi raduni e di cui non si è ancora finito di parlare”. Come emerge da una “lettura attenta delle parole del Papa”, sostiene il direttore, “la strada ci è indicata dalla sempre più chiara distinzione fra la Chiesa, che in nessun modo vuole essere considerata come un agente politico, e i laici, che operano come cittadini sotto la loro responsabilità”.

Cristiani “sulla piazza”. Per Ivan Maffeis , direttore di VITA TRENTINA (Trento), quelli di Verona “sono stati giorni di confronto, lontani dal parlarsi addosso come dall’arroccarsi in linguaggi da iniziati. Non ci si è accontentati di etichette d’appartenenza né di richiami a valori identitari… Sulla piazza, dunque… Una piazza che si mostra accondiscendente fin quando l’apostolo ne accarezza la mentalità, ma che si svuota di fronte all’annuncio del Crocifisso Risorto. Verona rilancia questo primato. Lo riconduce alla duplice indicazione del Concilio: centralità della Parola e comunione vissuta”.

“Non possiamo proprio dire – scrive Paolo Iannaccone su VITA NUOVA (Trieste) – che al Convegno di Verona sia emerso il volto di una Chiesa che si autocelebra e autoincensa, che si nasconde riparandosi dietro processioni trionfalistiche per poi richiudersi in se stessa, incapace di guardare a ciò che succede al di là del proprio naso”. Al contrario il messaggio di Verona, secondo l’autore dell’articolo, è stato all’insegna di “un dialogo che non ha bisogno di cedere ad ambizioni e privilegi”, ma che intende andare “fuori dalle sacrestie”, senza la “presunzione di avere già tutte le risposte in tasca”.

Sulla concomitanza tra le giornate veronesi e la Giornata missionaria mondiale di domenica 22 ottobre riflette Valeria Boldini , che firma l’editoriale di LA VOCE DEL POPOLO, il settimanale diocesano di Brescia: “La speranza ha il cuore grande, cattolico, vuole pervadere il mondo, i tempi e gli eventi per aprire a ciascuno un orizzonte di luce che ponga fine al dolore, che dia respiro e riposo a tutta l’umanità in cammino. Senza speranza la vita non è un viaggio, ma un errare senza meta, forse un girare in tondo sterile e deludente che si ciba di miraggi e insegue il vento. Senza una meta che la qualifichi, la persona umana non comprende più se stessa ed è in balia di svariate suggestioni… I missionari nel mondo sono i messaggeri della speranza perché tutti, ciascuno nel proprio repertorio, si danno da fare per aprire sentieri all’umanità fatta di popoli e Paesi che hanno fatiche e opportunità, ostacoli e slanci”.

Diversità e partecipazione. L’idea di “Chiesa popolare” è stata “efficacemente riaffermata nel Convegno di Verona”: a scriverlo è Lino Cusinato su LA VITA DEL POPOLO di Treviso. “La popolarità – aggiunge – dice qualcosa di chiaro, e indica qualcosa da comprendere meglio. Chiara è la coscienza di Chiesa-comunione, dove le diversità sono per edificare l’unico corpo di Cristo nella prospettiva del Regno di Dio; dove la partecipazione è non solo obiettivo, ma anche condizione perché tutti maturino nella fede”.

“Concilio”, “comunione”, “incontro”, “incontri con le persone”, “popolarità”, “realtà”: sono alcune parole, scrive Benedetta Bellocchio su NOTIZIE (Carpi), “che hanno risuonato più volte” durante il Convegno. In particolare, “la realtà diventa la palestra per l’esercizio del cristianesimo, cioè luogo teologico e tempo favorevole per leggere i segni di speranza che Dio continua a donare agli uomini, non uno scenario passivo ma un alfabeto dell’annuncio, un già del Regno che non possiamo perdere di vista se vogliamo mostrare il non ancora“.
Questo servizio alla realtà e agli uomini “è la diaconia delle coscienze di cui si è parlato, nella consapevolezza che, di fronte ai problemi che emergono e ci interpellano, le possibilità di darvi risposta dipendono, in primo luogo, dall’autenticità e profondità del nostro rapporto con Dio”.

Per Andrea Bellavite , direttore di VOCE ISONTINA (Gorizia), a Verona “sono stati affrontati i nodi filosofici, riguardanti soprattutto la ricerca di un linguaggio significativo per il pensiero e le culture del nostro tempo. Da questo punto di vista, in questo caso senz’altro legato al discorso del Papa in Fiera e alla sua sapiente omelia al Bentegodi, accanto al consueto richiamo alle chimere del relativismo, ci sono da rilevare almeno due accenti incoraggianti: il richiamo al rapporto tra fede e ragione come fondamento di un dialogo simpatetico, reciprocamente arricchente fra teologia, filosofia e scienze umane; la duplice ed esplicita citazione della parola “nonviolenza” come carattere fondamentale dell’azione per la pace del cristiano”.

La “diversità” dei credenti. Di “atteggiamento positivo” nello “sforzo missionario di portare il vangelo oltre il perimetro della comunità cristiana” parla Giampiero Moret , direttore del settimanale diocesano di Vittorio Veneto, L’AZIONE. “Il Papa – scrive Moret – ha insistito su questo punto dicendo che i no che la Chiesa deve dire a certe tendenze dell’attuale mondo, in realtà sono dei grandi . Sì alla capacità della ragione trovare sintonie con la fede nella ricerca della verità.
Sì a un uso della ragione che non si limiti a esercitarsi nello spazio ristretto della scienza per trovare quei significati più profondi dell’esistenza che facciano da guida alla stessa ricerca scientifica. Sì all’amore che non sia puro erotismo, ma capacità di dedizione fedele all’altro. Sì alla vita in tutta la sua estensione”.

Per Marco Bonatti , direttore di LA VOCE DEL POPOLO (Torino), “la tentazione da superare, dopo Verona, è quella di vivere la Chiesa in Italia così come la si dipinge da fuori: un organismo unito ed efficiente, capace di elaborare e condurre progetti e campagne, di incarnare valori in una società che, a forza di individualismo e soggettivismo, divertimenti e sondaggi, non sembra più in grado di reggere alcun confronto serio con la realtà”.
La Chiesa del dopo Verona ha, invece, a giudizio di Bonatti, “la grande possibilità di rovesciare questi schemi, conquistarsi spazi e attenzioni ben differenti (fra le persone, e magari non in tv), se riuscirà a dimostrare a se stessa che la sua identità è più profonda della sua immagine, perché si è consapevoli che la vita – di ciascuno di noi, e della Chiesa stessa – è nelle mani del Signore, e di nessun altro”. “La diversità dei credenti e delle Chiese, nelle realtà massificate di oggi, si fonda proprio – conclude Bonatti – sulla capacità di accogliere l’altro a cominciare dal prossimo più prossimo, senza rinunciare alle nostre convinzioni; e sulla capacità di chiedersi perdono a vicenda”.

Raccontare la fede. Delle “cinque giornate intense” del Convegno di Verona scrive anche Beatrice Testadiferro , direttrice del settimanale VOCE DELLA VALLESINA (Jesi). “Grande è stata l’esperienza che ci ha coinvolto non solo come membri della Chiesa ma anche come uomini e donne che vivono nel mondo, inseriti nella società civile con le sue ricchezze e i suoi punti deboli”, osserva Testadiferro, che aggiunge: “A Verona è stata dedicata attenzione alla realtà dell’uomo, alle sue povertà e potenzialità, al suo rapporto con se stesso e con gli altri, alla bellezza dell’impegno sia esso sociale, politico, ecclesiale come servizio al bene della collettività. L’incontro con il Santo Padre, con la sua profondità umana e spirituale, con il suo amore per la vita e per ogni uomo, ci ha fatto sentire la vivacità della Chiesa”.

Ricordando la conclusione della prolusione del card. Dionigi Tettamanzi al Convegno di Verona, laddove richiamava le parole di San Paolo agli Efesini, “è meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo”, Sandro Vigani su GENTE VENETA (Venezia) scrive: “Non è che nelle nostre comunità cristiane queste esperienze di una fede che riempie davvero la vita siano assenti. Ci sono, ma rimangono troppo volte esperienze individuali, chiuse dentro i confini dell’interiorità di chi le vive. Paola Bignardi, nella sua relazione al Convegno di Verona, esprime il desiderio che nelle nostre parrocchie ci sia spazio per i racconti della missione nella vita quotidiana, sull’esempio di ciò che facevano i discepoli, che tornando dalla missione cui erano stati inviati, raccontavano ciò che avevano vissuto”.
“Credo – prosegue Vigani – che questo sia un punto nodale, che potrebbe diventare la vera svolta che Verona imprime alla Chiesa italiana”. Per Vigani, “le nostre comunità hanno fame e sete, più che di una catechesi ancora troppo intellettualistica o di un annuncio proposto in chiave moralistica, di momenti nei quali ci si racconta e ci si comunica quel fascino che ti prende, quando incontri il Signore sulla strada della tua vita, è dà gusto e un significato nuovo a ciò che sei e fai”.

(27 ottobre 2006)