Un popolo unito

DOPO VERONA

Concluso il Convegno di Verona, la Chiesa italiana guarda in avanti. Dalle mille stimolazioni emerse nella grande esperienza di comunione, di preghiera e di discernimento che ha vissuto dal 16 al 20 ottobre scorsi, coglie le linee per il prossimo futuro. Tra le tante, mi limito a individuarne due, per capire dove ci chiama lo Spirito e impegnarci a rispondere.

Da Verona è uscita, innanzitutto, una Chiesa di popolo. Il Convegno stesso ne è stata un’esperienza, ed è venuta l’affermazione chiara che la cellula della Chiesa è la parrocchia, la comunità dei credenti di tutti i giorni, che vive in un preciso territorio, non organismo burocratico, ma luogo di esperienza affettiva, grande famiglia di tutte le famiglie.

La suggestiva “sfilata” in Arena degli oltre duecento santi del Novecento, ci ha richiamato il valore della testimonianza cristiana. Il mondo ha bisogno di testimoni più che di tante parole: di persone normali, ma trasformate dal battesimo, collocati nella nuova dimensione della risurrezione di Gesù, che realizzano la santità quotidiana. L’affermazione di Ignazio di Antiochia, citata dal card. Dionigi Tettamanzi, è di una disarmante semplicità e di straordinaria forza programmatica: “È meglio essere cristiano senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo”. La valanga di parole di cui siamo capaci va ridimensionata a favore di una vita maggiormente ispirata al Vangelo nelle scelte di tutti i giorni.

La seconda pista emersa da Verona è quella che possiamo chiamare “l’emergenza culturale”. È qui il primo ambiente in cui oggi siamo chiamati a portare la speranza cristiana. Lo ha illustrato nel suo mirabile intervento Benedetto XVI, parlando della cultura che predomina in Occidente, caratterizzata da “una nuova ondata di illuminismo e laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica” e “ha luogo una radicale riduzione dell’uomo, considerato un semplice prodotto della natura e come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale”.

È una cultura che s’infiltra sottile in tutte le pieghe della società odierna.
Di fronte a questa vera e propria aggressione che scardina le radici cristiane della nostra civiltà, non è più rinviabile quell’educazione dell’intelligenza di cui ha parlato il Papa e che il card. Camillo Ruini ha concretizzato con il lancio della seconda fase del progetto culturale. Il contenuto e il metodo di tale impegno è mirabilmente sintetizzato da Sant’Ambrogio con la frase: “Non può essere vero uomo se non colui che spera in Dio”.

In questo programma di lavoro hanno un posto privilegiato i settimanali diocesani. Nel contributo che la Federazione italiana settimanali cattolici (Fisc) ha offerto al Convegno di Verona li abbiamo presentati, innanzitutto, come “giornali di popolo” che raccontano la vita della gente che abita un territorio, tramandano la ricchezza delle nostre tradizioni popolari e cristiane, raccontano le infinite testimonianze di santità quotidiana e di impegno caritativo dei credenti e delle comunità. Sono giornali che contribuiscono a costruire la comunione ecclesiale e civile creando reti di comunicazione e d’informazione: insomma, sono un po’ il cemento che consolida un popolo fatto di pietre vive.

Raccontando e riflettendo sull’intera realtà dal punto di vista evangelico, si sforzano di interpretare l’uomo d’oggi per offrirgli l’unica speranza che è Gesù risorto. In tal modo fronteggiano la deriva culturale dell’Occidente e propongono una visione del mondo “alternativa”, ricercano la verità e il bene dell’uomo stesso, “informano” l’opinione pubblica ai valori cristiani, si fanno soggetti attivi nella promozione del bene comune nel Paese e nei singoli territori. Contribuiscono, cioè, a creare quell’ uomo vero che spera in Dio di cui parla Ambrogio.

Nel realizzare questo progetto culturale della Chiesa italiana i nostri giornali sono in prima fila, con il SIR. Ne abbiamo avuto una positiva verifica – come ha ricordato lo stesso card. Ruini – in occasione del referendum sulla Legge 40 dello scorso anno. Anzi, noi riteniamo che debbano essere considerati “avamposti di questa nuova evangelizzazione”, perché sanno arrivare non solo in tutte le case dei credenti, ma anche in quelle che la tradizionale attività pastorale delle parrocchie non riesce più a raggiungere e che spesso sono la maggioranza degli abitanti di un territorio.

In questa prospettiva, i settimanali diocesani non sono giornali qualsiasi. Sono luoghi di forte testimonianza cristiana per i loro numerosi operatori. Essi, infatti, sanno di non svolgere solo un lavoro, ma di essere chiamati a una missione. Nella misura in cui vi si dedicano con fede e passione, vivono quella santità quotidiana che trasforma il mondo. Per tutti questi motivi riteniamo di grande importanza la presenza della testata diocesana in un territorio e a Verona abbiamo lanciato l’idea: un settimanale in ogni diocesi!

Giorgio Zucchelli
direttore di “Il Nuovo Torrazzo” – Crema
presidente Fisc

(27 ottobre 2006)