UMBRIA
Un disegno di legge sulla sussidiarietà
La prima Commissione permanente ha licenziato, di recente, il testo di legge sulla sussidiarietà che ora passa all’esame del Consiglio regionale dell’Umbria. Cinque articoli, dei quali il primo, al primo comma, definisce l’oggetto: “La disciplina dei rapporti tra l’autonoma iniziativa dei cittadini e delle formazioni sociali e l’azione di comuni, province, regione, altri enti locali e autonomie funzionali, in ordine allo svolgimento di attività di interesse generale secondo i principi di sussidiarietà, semplificazione, e – aggiunta in commissione – per la promozione dei principi di cittadinanza sociale”. Il secondo comma definisce quali sono le “attività di interesse generale”, da cui la commissione ha cancellato “i servizi a supporto dello sviluppo economico” previsto nella proposta esaminata. Il testo uscito dalla Commissione appare ridimensionato rispetto ad una proposta che già di suo non portava grandi novità. Un quesito. Il direttore dell’Associazione cattolica delle residenze di accoglienza dell’Umbria (Acradu), Pasquale Caracciolo richiama le osservazioni che fece all’incontro consultivo pubblico a cui aveva partecipato quale direttore dell’Ufficio regionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza episcopale umbra. “In tale occasione avevo espresso l’opinione che la proposta di legge rappresentava un’occasione importante di riflessione e di dibattito in quanto l’applicazione del principio di sussidiarietà, specialmente di quella orizzontale, non appartiene ancora alla tradizione politico-amministrativa della nostra Regione. L’esperienza di governo, infatti, è più attestata su modalità dirigiste e le istituzioni locali preferiscono gestire direttamente anche per ripartire poltrone, consulenze e posti di lavoro. Con maggiori costi e non poche inefficienze specialmente nel campo dei servizi socioassistenziali, sanitari ed educativi”.Allo stesso tempo, aggiunge, “manifestai alcune perplessità espresse nel seguente quesito: perché si propone una legge specifica sulla sussidiarietà quando tale principio è espressamente sancito dalla legislazione europea (Trattato di Maastricht e successivo Trattato di Amsterdam), da quella italiana (le riforme amministrative e costituzionali realizzate dal 1993 al 2001, in particolare la legge costituzionale n° 3 del 2001 e la legge Quadro 328 del 2000 sulle politiche sociali tutta incentrata sulla sussidiarietà, il ruolo delle Comunità locali e l’integrazione tra pubblico e privato) e quella regionale (art. 16 e 17 dello Statuto regionale)?”.Indicazioni al ribasso. Esaminato il testo di legge licenziato dalla Commissione consiliare le perplessità già espresse “rimangono e si rafforzano”. “Il nuovo testo – spiega Caracciolo – non aggiunge nulla a quanto già previsto dalle normative vigenti in tema di autorizzazione, di accreditamento, di valutazione dei progetti presentati dal Terzo settore. Nessuna novità neanche rispetto alla promozione della cittadinanza sociale: la legge 328/2000 è tutta basata su tale diritto tanto che i vecchi servizi sociali dei comuni hanno assunto la nuova denominazione di Uffici di cittadinanza. È stato poi cassato il riferimento ai servizi a supporto dello sviluppo economico ignorando il ruolo delle imprese di promozione sociale disciplinate da una recente legge nazionale”.Per l’ex direttore dell’Ufficio pastorale per i problemi sociali e il lavoro nel testo licenziato dalla Commissione “c’è un’indicazione al ribasso: i rapporti tra le istituzioni e i soggetti civili sono orientati alla sola logica di collaborazione e di coprogettazione territoriale. Molto riduttivo, se si pensa che l’attuale legislazione (legge 328/2000, Piano sociale regionale, Piano sanitario regionale) disegna un quadro di riferimento che, se vi fosse la volontà politica, consentirebbe di muoversi nella direzione di un’autentica sussidiarietà verticale e orizzontale”.E porta alcuni esempi: “L’art. 19, comma 3 della legge 328 prevede che, per la definizione dei Piani di zona, siano stipulati veri e propri Accordi di programma tra i soggetti istituzionali e quelli sociali degli Ambiti territoriali di appartenenza. Per costruire i piani attuativi locali (pal) delle Asl e delle Aziende ospedaliere è previsto il coinvolgimento delle famiglie e delle organizzazioni sociali, tramite i Comitati consultivi degli utenti previsti dal Piano sanitario regionale. Ma tutto questo è rimasto sulla carta”.a cura di Maria Rita Valli(08 novembre 2006)