SVIZZERA
Due imminenti “referendum” in un Paese che si chiude agli immigrati e si apre all’Est europeo
I cittadini elvetici tornano alle urne il 26 novembre. I due nuovi referenda si concentrano sulla legge federale sugli assegni familiari e su quella relativa alla cooperazione con gli Stati dell’Europa dell’Est. Quest’ultima normativa “consente – come puntualizza il volumetto esplicativo recapitato in questi giorni in tutte le case svizzere – di continuare a sostenere il passaggio alla democrazia e a un’economia sociale di mercato” negli Stati ex comunisti. Sulla prossima votazione popolare SIR ha sentito il giurista ticinese ALBERTO LEPORI , già docente di Diritto pubblico a Friburgo, per diversi anni deputato al Gran Consiglio e ministro cantonale della giustizia. Impegnato nella Chiesa svizzera, ha presieduto per 4 anni la commissione nazionale Giustizia e pace. La Confederazione chiama alle urne i cittadini dopo il voto di fine settembre sulle riforme allo statuto degli stranieri e dei rifugiati, i cui risultati hanno suscitato un certo scalpore e reazioni anche al di là dei confini svizzeri. Questa volta si tratta di un tema europeo: qual è la sua posizione? “Questo referendum giunge in un momento delicato. Dobbiamo considerare, fra l’altro, che tra un anno avremo le elezioni per il Parlamento federale e i partiti da tempo scaldano i motori per la campagna elettorale. Riguardo il voto sulla cooperazione con i paesi dell’Europa orientale, occorre anzitutto chiarire che la legge attuale consente alla Svizzera di aiutare le nazioni che un tempo facevano parte del blocco sovietico a crescere sul versante della democrazia, di una moderna economia di mercato, nonché a investire nella formazione e nelle infrastrutture. La cifra in questione è piuttosto limitata: si tratta di impegnare 200 milioni di franchi all’anno, per cinque anni”. Eppure il risultato è piuttosto incerto. “Sì, è vero. Io sono convinto che la Svizzera debba continuare a sostenere questi paesi, scommettendo su un percorso di solidarietà parallelo a quello che è in atto nell’Unione europea. Ma è altrettanto vero che l’opinione pubblica nel mio paese è piuttosto perplessa. I sondaggi sembrano dare per vincente il sì. Ma come non tener conto dei recenti atteggiamenti antistranieri?”. Intende fare riferimento all’esito dei voti popolari di fine settembre? “In quel caso la Svizzera, che ha una lunga tradizione di apertura, che ospita il Comitato internazionale della Croce Rossa, che è sede di importanti organizzazioni internazionali, ha approvato due leggi che peggiorano la situazione degli stranieri e dei rifugiati. Credo che gli osservatori politici, di fronte a quei risultati, non possano non constatare la poca rispondenza dei cittadini agli appelli delle numerose associazioni e gruppi umanitari, tutti schierati contro le due normative in questione. La stessa constatazione vale per le Chiese e le comunità religiose, e le loro organizzazioni sociali, che sembrano aver ottenuto un seguito piuttosto scarso”. Un tema su cui riflettere ancora? “Direi proprio di sì, anche alla luce delle molte paure irrazionali che sembrano emergere nel nostro popolo, fomentate da certe formazioni politiche xenofobe, con posizioni espresse persino all’interno del Consiglio federale, ossia il nostro governo. Pensiamo poi ai risultati registrati in altre votazioni dove le indicazioni dei vescovi sono state ignorate dalla maggioranza dei votanti: cito la legge per la ricerca sulle cellule staminali, l’apertura domenicale dei negozi, il contratto di convivenza tra omosessuali”. Tornando alla consultazione del 26 novembre, si rileva proprio l’esplicito sostegno dei vescovi svizzeri alla legge sulla cooperazione con i Paesi dell’Est… “Mi pare che questa sia la reale portata del voto e spero che gli svizzeri sposino queste posizioni. Si tratta di investire nell’Europa futura, fondata su democrazia e stato di diritto, relazioni pacifiche, unità nella diversità. Ed è anche vero che un risultato positivo consentirebbe di mantenere buone relazioni bilaterali con l’Ue”. Lei ha recentemente espresso perplessità sull’evoluzione della politica svizzera… “In effetti, dopo le consultazioni del 2003, è cambiata la ripartizione dei sette seggi del governo, in ossequio alla regola, peraltro non scritta, della divisione proporzionale degli incarichi fra i maggiori partiti, attribuendo un secondo seggio alla destra antieuropea e togliendolo al partito democristiano che è schierato al centro. Così negli ultimi anni, per esprimere la cosiddetta concordanza, abbiamo avuto il governo più litigioso di tutti i tempi! In realtà, il Consiglio federale non deve essere una semplice fotografia dell’elettorato; questa funzione spetta al Parlamento. Al governo si chiede invece di avere un programma condiviso e una politica coerente e questo può risultare difficile se si tiene conto della sola rappresentanza proporzionale. Anche questo è un argomento sul quale è necessario tornare a ragionare”.