EMILIA ROMAGNA
Un incentivo per produrre risorse energetiche dalle biomasse
Un finanziamento per le imprese agricole che intendono realizzare impianti per la produzione di energia, utilizzando biomasse di origine agricola e forestale. Lo ha stanziato la Giunta regionale dell’Emilia Romagna, in un quadro di interventi per il decollo di produzioni agroenergetiche che, utilizzando fonti energetiche rinnovabili, rispettino l’ambiente.L’obiettivo del provvedimento, che a breve verrà pubblicato sul bollettino ufficiale della Regione, è sostenere alcune iniziative pilota che facciano capo a filiere “corte”, cioè incardinate su imprese agricole – singole o associate per questo scopo – che contemporaneamente producano la materia prima da trasformare (pioppo, salice, sorgo o altre coltivazioni dedicate) e l’energia elettrica e/o termica da destinare all’autoconsumo e, per la parte restante, da vendere. I contributi, per i quali sono stati messi a disposizione 1,5 milioni di euro, saranno pari al 35% (40% nelle aree montane o svantaggiate) della spesa per la creazione e gestione degli impianti, il cui tetto è fissato in 0,5 milioni di euro per le imprese singole e 1,5 milioni di euro per quelle associate.Produzione locale. “L’Italia è indietro di circa un ventennio nell’impiego di energie rinnovabili, e anche tutta l’Europa sconta un ritardo: ma qui sta il futuro delle risorse energetiche”, spiega Gianpietro Venturi, docente di Agronomia all’Università di Bologna. Le biomasse, nell’Unione europea, costituiscono oggi il 65% delle energie rinnovabili, che a loro volta coprono il 6% del fabbisogno energetico complessivo. L’obiettivo dell’Ue è che nel 2010 questa percentuale salga al 12%. “Il provvedimento regionale – sottolinea – è opportuno ed è sulla linea di un interesse che si sta diffondendo. In particolare, ha un grosso pregio nel finanziare l’azienda agricola che genera energia dalle biomasse autonomamente prodotte, secondo la logica di ‘filiera corta’”.Il rischio, infatti, precisa Venturi, è che “le biomasse vengano importate, piuttosto che essere prodotte localmente”. In tal modo “le piante dove nascono e crescono assorbono anidride carbonica, che si libera durante la loro combustione. Se i due processi, però, avvengono in differenti parti del mondo, si crea uno squilibrio e alla fine si avrà ugualmente l’inquinamento”. Tendenza, questa, “che la delibera regionale tenta di evitare”. Per quanto riguarda il mondo agricolo, osserva Venturi, “vi è una crisi delle colture tradizionali, che rendono poco, per cui gli agricoltori sono propensi a investire in soluzioni innovative. Il problema, però, è la loro limitata disponibilità economica, che non permette di far fronte a investimenti ingenti”. La soluzione sarebbe quella dei consorzi tra diverse imprese, anche se, riconosce il docente, “in questo mondo vi è difficoltà a lavorare con il vicino, più spesso visto come rivale che come alleato”.Rischio ogm. Di “investimenti rilevanti” parla anche Claudio Losi, presidente dell’Unione generale coltivatori Cisl di Modena e titolare di un’azienda agricola che da un anno coltiva canapa ad uso industriale per ricavarne energia alternativa, bio-combustibile e fibra. “Per quanto riguarda le biomasse, occorre avere a disposizione superfici estese destinate alle coltivazioni, punti di stoccaggio e un impianto di trasformazione, che genera biogas, proporzionali tra loro”. In sostanza, aggiunge, “le aziende che intendano cimentarsi in una produzione agricola a fini industriali devono essere come una centrale, con tutto il necessario alla produzione, altrimenti i costi e il carburante necessari per il trasporto degli elementi che la fanno funzionare vanificano lo sforzo, rendendo negativo anche il bilancio energetico netto”.Nella produzione di energie rinnovabili, osserva Losi, vi è anche un problema relativo all’utilizzo degli organismi geneticamente modificati (ogm). “Quello che conta – precisa – è il volume-quantità. Ecco dunque che l’utilizzo di ogm è una scelta allettante, ma che alla lunga può portare problemi, primo tra tutti la dipendenza dalle multinazionali che si spartiscono i brevetti: gli ogm, infatti, non producono sementi che possono essere utilizzate con successo negli anni seguenti, per cui bisogna sempre comprarle nuove di prima generazione. Per non parlare della tutela della biodiversità e delle specificità territoriali che con l’impollinazione incrociata sarebbero alterate”.Per quanto riguarda l’iniziativa della Regione, Losi sottolinea come si tratti “di un finanziamento a un numero limitato di aziende per progetti pilota, lodevole intenzione che potrà accelerare i tempi per giungere a risultati concreti e sfruttare anche quei terreni che oggi producono perdite economiche e domani saranno dismessi”. È urgente oggi, sottolinea, “cogliere le diverse opportunità” e per questo l’istituzione “dovrebbe rapportarsi con le associazioni agricole che ben conoscono le peculiarità del territorio”, altrimenti “le pur positive aspettative politiche rischiano di non trovare riscontro nella pratica”.a cura di Francesco Rossi(17 novembre 2006)