La stampa tedesca commenta la situazione mediorientale alla luce delle strategie Usa. Sulla questione israelo-palestinese, la Frankfurter Allgemeine Zeitung (16/11) osserva: “ Oggi si vede che la politica precedente di Washington nei confronti di Israele non ha giovato né agli interessi americani, né a quelli israeliani… L’America deve essere interessata a ridiventare un “mediatore credibile”. Questo è il ruolo che l’Europa tenta di svolgere in questo momento. Gli Stati europei sono attivi con funzionari doganali e soldati ma sono deboli e non possono controbilanciare la politica sbilanciata dell’America. D’altro canto, l’Europa e l’America non possono dividersi. Per quanto paradossale possa sembrare, per quanto benefici oggi della presa di posizione americana, Israele deve essere interessato ad una politica mediorientale di Washington improntata ad un maggior equilibrio“. Sull’eventuale riavvicinamento di Usa e Gran Bretagna alla Siria e all’Iran per risolvere la questione irachena, su Die Welt (15/11) si legge: “ L’avvicinamento ai due governi di Damasco e Teheran è carica di rischi. Il rischio maggiore è che sembri un acquietamento, un appeasement, un atto disperato dell’ultimo momento: insomma, un segno di debolezza“. E sulla Frankfurter Rundschau (16/11): “ Si può davvero dubitare se sia utile attribuire pubblicamente a Teheran e Damasco una posizione ancora più forte, rispetto a quella che già possiedono a causa del fallimento americano in Iraq. Esistono anche rischi reali, soprattutto se l’ambiziosa potenza locale Iran dovesse essere invitata non solo a prendersi responsabilità ma anche a dichiarare apertamente i propri interessi nei confronti dell’Iraq . […] I Paesi vicini operano nascostamente da tempo. E il conflitto iracheno non può essere disgiunto dagli altri problemi dell’area”. Anche il quotidiano cattolico francese LA CROIX ( 14/11) interviene sulla questione. “Una delle piste studiate a consiste nel proposito di appoggiarsi a Iran e Siria, Paesi che sono in grado di influenzare, rispettivamente, gli sciiti e i sunniti dell’Iraq” afferma Jean-Cristophe Ploquin . Solo pochi giorni fa, osserva tuttavia Ploquin, “ Condoleeza Rice aveva definito la Siria paese pericoloso “, e nel frattempo “Damasco approfitta per riaffermare la volontà di recuperare il Golan”. “Paradossalmente questo obiettivo ne nasconde un altro: bloccare l’indietreggiare della Siria in Libano, iniziato l’anno scorso sotto la pressione internazionale”. “Quanto a Israele, esso dovrebbe continuare a godere del sostegno quasi incondizionato di Washington”. “I democratici – conclude Ploquin – così come i repubblicani, non considerano il conflitto israelo-palestinese una questione centrale”. “ Uno dei giornali polacchi ha intitolato l’informazione sul sondaggio realizzato per la televisione pubblica italiana Il papa Giovanni Paolo II idolo degli italiani. Ma, a dire la verità i cattolici dovrebbero sentirsi offesi da questo titolo… No, Giovanni Paolo II non è un idolo. No lo è perché non ha mai voluto esserlo. Non cercava né popolarità né notorietà personale. Ha solo usato i mezzi di comunicazione come strumenti per annunciare la Buona Novella” scrive in questi giorni il portale cattolico WWW.WIARA.PL commentando il sondaggio della Rai secondo il quale Giovanni Paolo II è il personaggio più noto del secolo. “I giovani banditi nelle scuole sono l’effetto di ideologie malate della generazione del ’68”: il settimanale cattolico GOSC NIEDZIELNY (12/11) punta l’indice contro quelli che “cercano di convincere i ragazzini che il loro parere è altrettanto importante quanto quello dei grandi”. Secondo il settimanale cattolico NIEDZIELA (19/11), “ in Polonia cala il numero dei giovani cattolici praticanti. Nel 1988, quasi il 50% dei giovani polacchi partecipava regolarmente alle funzioni religiose. Nel 2005 questo dato è sceso al 36%. Nello stesso periodo il numero dei giovani non praticanti è cresciuto dal 4% al 10%”. Lo stesso sondaggio indica che l’autorità morale della Chiesa cattolica “è riconosciuta da circa il 30% dei giovani”. “Stiamo seminando paura e dubbio nelle nostre classi, trasmettendo ai nostri bambini la sensazione di essere diversi. Giorno dopo giorno ci stiamo avviando verso una società del timore e del sospetto”. Così Soumaya Ghannoushi commenta sul quotidiano britannico THE GUARDIAN (13/11) la “demonizzazione dell’islam” seguita nel Paese alle rivelazioni, nei giorni scorsi, di Eliza Manningham-Buller, capo dell’agenzia di controspionaggio Mi5, secondo le quali in Gran Bretagna sono circa 200 le organizzazioni legate ad Al Qaeda, per un totale di circa 1.600 soggetti posti sotto sorveglianza. “ Al posto della riservatezza cui siamo stati abituati dai servizi segreti – osserva il direttore di ricerca di Islam Expo – il capo di Mi5 ” ha tenuto “un discorso sulla minaccia terroristica” scivolando “ verso l’associazione diretta dell’islam con tutto ciò che è malvagio. Non possiamo sottovalutare la gravità di questa minaccia”, ma “tali affermazioni” portano ad una “demonizzazione di tutti i musulmani”. Certamente “ Al Qaeda ne è il maggior responsabile – conclude – ma non lo sono da meno i giochi sconsiderati di politici, media e razzisti religiosi. E nel bel mezzo ci troviamo noi”.