SCIENZA E VITA
“Né accanimento, né eutanasia” è lo slogan della campagna nazionale lanciata ieri (28 novembre) a Firenze dall’associazione “Scienza e vita”, nella cerimonia di apertura di una settimana di incontri in 50 città italiane, con tappa conclusiva a Roma, il 5 dicembre. Marcello Masotti, presidente “Scienza e vita” Firenze, ha così introdotto i lavori: “In questa città, che ha una tradizione di solidarietà in una dimensione completa di umanità, si inquadrano i nostri no: all’accanimento terapeutico, all’eutanasia; che sono essenzialmente un sì forte alla vita”.
Nell’occasione, è stato presentato il nuovo bimestrale associativo “Quaderni di Scienza e vita”, dedicato nel primo numero proprio all’eutanasia. Nelle ultime pagine, un glossario. È, infatti, convinzione dell’associazione che, spesso, ci sia confusione sulla terminologia del dibattito bioetico. Lucetta Scaraffia, vicepresidente di “Scienza e vita”, ha presentato la nuova iniziativa editoriale: “Affrontiamo i temi di bioetica, aperti dalle nuove possibilità del progresso tecnologico, nella prospettiva culturale e di attualità politica, allo scopo di divulgare informazioni scientifiche in modo comprensibile a tutti, ma corretto”.
Medici, filosofi, giuristi, bioeticisti, sono “tutti impegnati per un approfondimento che permetta di uscire dalla logica dei casi disperati a cui indulgono i media”. All’incontro nel capoluogo toscano sono intervenuti anche Edoardo Patriarca, consigliere nazionale “Scienza e vita”, Tommaso Franci, presidente associazione “Il verde”, Riccardo Poli, presidente regionale medici cattolici. Ha portato il saluto della Chiesa locale padre Lusanio Ghirlandi, responsabile dell’Ufficio diocesano e regionale per la pastorale della salute e membro della Consulta nazionale Cei.
Siamo custodi, non arbitri. Ha ricordato Giovanni Paolo II, che “ebbe a dire che abbiamo due strumenti per illuminare i problemi legati alla vita umana: la Parola di Dio e la luce della ragione”, padre Gaetano Ghirlandi. E ha aggiunto: “Su questioni come l’eutanasia, dobbiamo promuovere un dialogo tra tutti, credenti e non credenti, specialisti e gente comune. Perché ciascuno è custode del fratello e nessuno è arbitro della vita e della morte di alcuno”. Qualche “regola pastorale”: accompagnamento umano e cristiano del malato fino agli ultimi momenti, formazione permanente delle coscienze, evangelizzazione “della morte, e non soltanto della vita, al Vangelo della Speranza e della Resurrezione”. “C’è odore di morte in quest’Europa, in cui c’è tanta sofferenza e tanto bisogno del nostro sì alla vita”, è intervenuto Marcello Masotti.
“La nostra campagna si rivolge a tutti coloro che si incontrano sui valori della ragione avendo a cuore la persona. Nella consapevolezza che le norme giuridiche richiedono responsabilità, perché producono effetti spesso irreversibili”. “Dietro a questioni come il diritto a morire, si nascondono inquietanti cambiamenti della nostra cultura”, ha affermato Lucetta Scaraffia, che ha aggiunto: “Sono argomenti intorno ai quali s’intrecciano difficili battaglie politiche. Bisogna, innanzitutto, chiarire i termini della questione. Oggi, c’è non soltanto la paura della morte, ma anche la paura di morire male. Bisogna distinguere, però, tra l’accanimento terapeutico, con la somministrazione di cure a chi non può più giovarne e la doverosa assistenza terapeutica a chi resta in vita naturalmente”. Così come occorre “distinguere tra il lasciar morire il malato terminale e procurare la morte attivamente a chi, invece, continuerebbe a vivere”. Qui “viene toccata la concezione stessa della vita e della dignità della persona”. E, “dopo il controllo delle nascite, si fa largo una ideologia di controllo della morte, che pretende di decidere quale vita sia degna di essere vissuta”.
Una cultura di vita. “Per promuovere una cultura antropologica, di vita, contro una cultura nichilista, di morte, portiamo avanti una battaglia civile, di impronta costituzionale e ispirata ai valori cristiani. La Costituzione riconosce, all’art.2, la libertà della persona e i diritti non negoziabili. Tra questi è compreso il diritto alla vita e a una morte dignitosa, non il diritto a morire”. Questo il pensiero di Edoardo Patriarca, che ha presentato “proposte concrete” di “politiche serie di reale solidarietà” perché “il malato non sia abbandonato a se stesso”: “Congedi parentali per le famiglie con un malato grave o in fase terminale, supporto psicologico ai parenti, investimenti ad hoc per l’assistenza domiciliare, coinvolgere le famiglie nelle cure, valorizzare il volontariato sociosanitario e familiare”. Da ciò “si misura la civiltà di un Paese”.
A proposito del caso Welby, Tommaso Franci ha affermato: “Ho timore di uno Stato che vuole istituzionalizzare tutto, occupando ogni spazio della vita delle persone, anche gli spazi difficili da codificare”. Il concetto di salute è “complesso – è intervenuto Riccardo Poli -. Si rischia di mettere a repentaglio la salute proprio nell’accanirsi a tutelarla ad ogni costo. Chi propone una legge che consenta l’eutanasia, propone un sistema sanitario selettivo, che decide chi ha valore come persona e chi no”. Siamo “una società che ha perso il senso del limite”, ha concluso Poli . “Ci illudiamo di controllare la vita e la morte. Dovremmo, invece, dare voce a chi non l’ha, e chiede anche la morte, perché cerca aiuto, sostegno, solidarietà”. Qui è in gioco “una concezione del potere”. Infatti, “sono le multinazionali del farmaco il limite alla ricerca, non la parola del Papa”.
(29 novembre 2006)