SCIENZA E VITA
Il 62% degli italiani dichiara di aver sentito parlare, nell’ultimo anno, di testamento biologico, l’84% ha “ben chiaro che cosa si intenda” e il 74,87% – pari a 3 italiani su 4 – esprime un “parere favorevole” a un disegno di legge in materia. È quanto emerge da un’anticipazione del Rapporto Italia 2007 dell’Eurispes su “gli italiani di fronte al testamento biologico, l’accanimento e l’eutanasia”, presentata il 18 gennaio a Roma da Gian Maria Fara, presidente dell’Istituto di ricerca.
Per quanto riguarda la figura del “fiduciario” – introdotta in alcuni progetti di legge per indicare la persona a cui spetterebbe il compito di verificare che quanto in precedenza firmato nel testamento biologico venga correttamente interpretato e attuato – stando ai dati Eurispes, l’83% degli italiani sarebbe favorevole alla sua introduzione; il 9,1% degli intervistati la pensa diversamente. In materie come il testamento biologico, l’eutanasia e l’accanimento terapeutico spesso dominano la “confusione” e la “disinformazione”, e non si può “giocare solo sui registri dell’emotività o con la sofferenza della gente”.
Ancora molta disinformazione. Solo il 41% degli italiani – emerge dal Rapporto – sa rispondere “in maniera corretta” su cosa sia l’accanimento terapeutico. Sul questo, la ricerca registra “ancora molta disinformazione”: sono soprattutto gli abitanti del Centro (45,1%) e quelli del Sud (43,4%) a essere meglio informati, mentre la percentuale si attesta al 37,1% al Nord, zona del Paese che fa registrare tra l’altro il numero più elevato di mancate risposte (11%).
Stando ai dati dell’indagine, il 32,2% degli italiani intende per accanimento terapeutico “il tenere in vita artificialmente un individuo completamente e irreversibilmente privo di coscienza”, mentre il 15,4% ritiene che esercitare l’accanimento terapeutico voglia dire “sottoporre un individuo a terapie che comportano sofferenza e menomazioni”. Definizione, quest’ultima, espressa soprattutto dagli abitanti delle Regioni settentrionali (il 20,6% contro l’11,4% degli abitanti del Centro e del Sud).
Favorevoli a staccare la spina? Quasi 7 italiani su 10 si dichiarano favorevoli all’eutanasia, o meglio alla possibilità di “interrompere la vita di un’altra persona, dietro sua richiesta, allo scopo di ridurne le sofferenze nell’ultima fase della vita”, come recita la domanda del questionario sottoposto agli intervistati. “Rispetto allo scorso anno la schiera dei favorevoli è aumentata di ben 26 punti percentuali”, ha fatto notare Fara, precisando però che si tratta di “opinioni largamente condizionate dai flussi di comunicazione e di informazione, che possono cambiare e che risentono dei casi amplificati dai media”.
Proporre alternative… Per Maria Luisa Di Pietro, docente all’Università Cattolica e presidente dell’Associazione “Scienza e vita”, i dati diffusi dall’Eurispes “andrebbero verificati su campioni diversi, esposti a un’informazione più adeguata”. “La maggioranza della gente – denuncia Di Pietro – non ha la consapevolezza che l’eutanasia è l’uccisione di una vita umana, sia che essa venga effettuata dando o sottraendo qualcosa”. No, dunque, al “linguaggio semplificato dello staccare o attaccare la spina”, sì invece a “proporre alternative, come le cure palliative, che diano alle persone mezzi e strutture per poter essere accompagnate anche nelle fasi finali della loro vita in modo confacente al rispetto della dignità umana”. Altra distinzione fondamentale è quella tra “terapie” e “cure”: “Se è vero – spiega l’esperta – che esistono terapie che possono essere sospese se sproporzionate, è anche vero che una società solidale e aperta alla fragilità deve continuare a prendersi cura delle persone anche quando le terapie non risultano più efficaci”.
Un Manifesto per il coraggio di vivere
Un “Manifesto per il coraggio di vivere e di far vivere” è l’iniziativa promossa dal centro di Bioetica dell’Università Cattolica diretto da Adriano Pessina , insieme ad altre personalità del mondo scientifico tra i quali il genetista Bruno Dallapiccola e l’oncologo Mario Melazzini. “Lo spirito metodologicamente laico” del documento, spiega Pessina, “vuole rafforzare all’interno del Paese l’unione fra quanti sono oggi disposti a impegnarsi in una prospettiva solidale nei confronti dei processi di cura e di assistenza delle persone”, impegnandosi a “sostenere e difendere sempre il principio dell’accesso ad ogni tipo di intervento socio-sanitario per tutti e il chiaro no ad ogni forma di induzione volontaria della morte o di pratica eutanasica e di implicita o esplicita istigazione al suicidio assistito”.
Per i firmatari “è inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute rendano indegna la vita e trasformino il malato o la persona con disabilità in un peso sociale”; pertanto “occorre rinsaldare nel Paese la certezza che ognuno riceverà trattamenti, cure e sostegni adeguati”. “La morte è un fatto e non un diritto: per questa ragione non può essere oggetto di una scelta sostenuta dalla società civile. Ciò non significa negare il valore dell’autonomia e della libertà della persona, ma riconoscere che il valore di ogni scelta dipende dal suo contenuto”. Nei prossimi giorni i promotori del manifesto illustreranno nel dettaglio le modalità per la diffusione e l’adesione.
(19 gennaio 2007)