ROMANIA
Cattolici e ortodossi al lavoro per l’unità
Quello che oggi è ancora difficile a livello di vertice, non lo è alla base. L’ecumenismo tra la gente comune sta facendo passi da gigante. Un giorno la gerarchia, oggi giustamente impegnata nei dialoghi ufficiali, si accorgerà che sta nascendo dal basso un popolo nuovo, che va al di là delle divisioni tra le Chiese”. A parlare è padre VICTOR-EMILIAN DUMETRESCU , 39 anni, rumeno, sacerdote dal 1997. Padre Dumetrescu vive a Bucarest. Ha respirato negli anni della scuola l’aria dell’ateismo ufficiale, ma senza esserne scalfito. In seminario nel 1991, ha studiato a lungo a Roma. Oggi lavora attivamente per l’evangelizzazione della sua terra anche all’interno dell’esperienza della Comunità Magnificat del Rinnovamento carismatico cattolico. Con lui riflettiamo sulle nuove frontiere dei rapporti tra i cristiani e sulle prospettive che si sono aperte in Romania con l’ingresso nell’Unione europea insieme alla Bulgaria dal 1° gennaio scorso. Su 22 milioni di abitanti, l’86% è ortodosso, mentre il 6% della popolazione è cattolico. Un conto è fare ecumenismo in Occidente, dove i cattolici sono la maggioranza, un conto è viverlo dove si è minoranza. Quali nuove frontiere si aprono oggi nei rapporti tra i cristiani? “Molte cose sono cambiate in Romania dopo il 1999 con la visita nella nostra terra di Giovanni Paolo II, che ha rasserenato gli animi dopo le forti tensioni che si erano create negli anni del comunismo. I cattolici erano visti come una setta, e questo anche dagli stessi ortodossi. Dal ’48 in poi i cattolici hanno subìto dure persecuzioni, in particolare gli aderenti alla Chiesa greco-cattolica a causa della sua unione con Roma. Molte chiese vennero confiscate dal regime e non pochi di questi edifici passarono agli ortodossi, e non sono ancora stati restituiti”. Tempi duri davvero… ma oggi vi siete lasciati alle spalle questa realtà? “Ciò che sta accadendo mi riempie di meraviglia e di commozione. La nostra comunità Magnificat, e non solo la nostra, è frequentata anche da persone ortodosse. Partecipano alle nostre attività, si confessano, ricevono la comunione… ma vogliono restare ortodosse. Hanno scoperto una nuova vocazione, quella di lavorare per l’unità. Sono una profezia per le Chiese e stanno costruendo dal basso un nuovo orizzonte dell’ecumenismo. Tutto questo per i cattolici non fa problema, ma gli ortodossi non vedono bene che i loro fedeli facciano la comunione e si confessino nella Chiesa cattolica. Molti vogliono fare la comunione ogni giorno, il che nella Chiesa ortodossa è una pratica non ancora in uso e per alcuni anche sacrilega. L’accusa che gli ortodossi lanciano ai cattolici di fare proselitismo è infondata: la nostra preoccupazione è di offrire alla gente una strada per la crescita dell’esperienza della fede. Lo dimostra il fatto che gli ortodossi che vengono da noi non rinnegano la propria tradizione”. In Turchia Benedetto XVI e il patriarca ecumenico Bartolomeo I hanno espresso la comune volontà di lavorare insieme per l’evangelizzazione dell’Europa. Come viene vissuta l’evangelizzazione dalla Chiesa ortodossa rumena? “Per gli ortodossi, a mio parere, l’evangelizzazione oggi è strutturalmente impossibile, in primo luogo perché i preti sono impegnati molto sul fronte della propria famiglia, e in secondo luogo perché i monasteri, l’altra grande faccia dell’esperienza spirituale ortodossa, sono sì focolai di spiritualità ma di fatto sono luoghi quasi impenetrabili. Ad eccezione di coloro che li frequentano, i monaci vivono senza un reale contatto con la gente. C’è anche da dire che a volte i preti ortodossi non sono preparati sul piano pastorale e culturale. Molti di loro sono stati formati in poco tempo e poi sono stati ordinati. Al loro interno non c’è una mentalità di evangelizzazione, che porti a promuovere attività pastorali nelle parrocchie, ad andare verso la gente. Oggi la Chiesa ortodossa aspetta che la gente vada in chiesa. Ma quanti vanno?”. I problemi non ci saranno solo tra gli ortodossi? “Sicuramente no. Tra parecchi preti cattolici rumeni deve ancora arrivare il vento del Concilio. Per molti il coinvolgimento dei laici è una cosa mentalmente molto difficile. Negli anni del regime, erano considerati dallo Stato i responsabili di qualunque problema potesse nascere dentro la Chiesa, e così, per non rischiare di essere imprigionati o di creare tensioni, si sono visti costretti a tenere in mano le redini delle poche attività pastorali. E questo ha creato negli anni una mentalità clericale che non è facile da scardinare”. Come vede l’ingresso del suo Paese nell’Unione europea? “È una grande occasione. La gente è piena di fiducia, molti sono tornati ad abbracciare i loro cari che erano emigrati da anni nei Paesi occidentali e non potevano tornare perché erano clandestini. Oggi possono viaggiare liberamente. Tra Natale e Capodanno si calcola che siano tornati in patria oltre 30mila persone. Questa apertura potrebbe creare per il nostro Paese, a costo di non pochi sacrifici, nuove condizioni di sviluppo economico. Il salario medio di un operaio rumeno oggi va da 100 a 250 euro. Molti però cominciano a non accettare più queste condizioni imposte anche da aziende occidentali che hanno portato in Romania i loro stabilimenti. E mentre anche da noi scarseggia la manodopera, visto l’alto numero di emigrati, stiamo assistendo in Romania a un’immigrazione massiccia di cinesi che invece si accontentano anche di salari bassi”.