EUTANASIA
“Chi ama la vita – scrivono i vescovi italiani nel Messaggio per la 2ª Giornata per la vita, che si celebrerà il 4 febbraio – non la toglie ma la dona, non se ne appropria, ma la mette al servizio degli altri”. Sì, l’atteggiamento adeguato, con il quale considerare la vita, è proprio questo: lo sguardo dell’amore, il quale non possiede, non manipola, ma accoglie con gratitudine.
Di fatto, da un po’ di tempo sembra che la vita – per essere degna – deve essere di qualità; e la qualità è data dai parametri fisici: salute, forza, bellezza; ma anche sociali: benessere, sicurezza… E, così, si consumano le grandi discriminazioni del nostro tempo dalla selezione embrionale all’eutanasia.
“Chi ama la vita – proseguono i vescovi – si interroga sul suo significato e quindi anche sul senso della morte e di come affrontarla, sapendo, però, che il diritto alla vita non gli dà il diritto a decidere quando e come mettervi fine”. In uno sguardo contemplativo si coglie che “la vita è il bene supremo sul quale nessuno può mettere le mani”.
Chi ama la vita combatte il dolore, la sofferenza e il degrado – nemici della vita – con tutte le sue capacità e le sue forze. “Ma non cade nel diabolico inganno di pensare di poter disporre della vita fino a chiedere che si possa legittimare l’interruzione con l’eutanasia, magari mascherandola con un velo di umana pietà”. E neanche si accanirà con terapie ingiustificate e sproporzionate. La vita non è un bene disponibile: oggi questa affermazione è difficile da accettare, perché ci si ritiene padroni di tutto, liberi, perché senza alcuna relazione con Dio, fonte della vita. E questo non è forse il diabolico inganno?
A ben pensarci, se si rinuncia alla visione che la vita di una persona sia “più grande del percorso esistenziale che sta tra il nascere e il morire”, che la vita viene da Dio ed è destinata all’eternità, crolla il principio laico e umano che garantisce a tutti la giustizia, l’uguaglianza e la pace. “La creatura – dice il Concilio – senza il Creatore svanisce”.
Chi ama la vita non può essere lasciato solo: “Nei momenti estremi della sofferenza si ha il diritto di avere la solidale vicinanza di quanti amano davvero la vita e se ne prendono cura, non chi pensa di servire le persone procurando la morte”. Queste considerazioni di fondo pongono il valore della vita a principio di ogni riflessione etica e di ogni norma deontologica. Il medico, in particolare, per la posizione di garanzia che riveste in relazione alla salute del malato – cioè per gli obblighi propri della professione – ha una responsabilità che né i familiari, né il fiduciario del paziente, né i genitori nel caso del soggetto minore possono annullare. La non disponibilità della vita, la sua intangibilità non consentono a nessuno, né al medico, né al paziente stesso e neppure alla società di insinuare o accettare scelte di suicidio assistito.
Oggigiorno molti invocano il cosiddetto “principio di autonomia” per giustificare queste scelte eutanasiche. Ora, l’autonomia, che è una conquista di fronte a un paternalismo del passato, per essere autentica deve confrontarsi con quel principio superiore, che è l’intangibilità della vita e la sua cura. Se l’autonomia fosse esercitata in modo assoluto, senza alcun confronto responsabile con il valore, condurrebbe a scelte sbagliate, esercitate come altrettanti diritti: quello a morire o quello a far vivere a tutti costi. Nel caso si scelga l’eutanasia, la professione medica è scossa al suo profondo, perché colui che deve curare, drammaticamente, procura la morte; le relazioni umane sono infrante e tra il mondo del malato e quello dei sani si scava un solco profondo. La vicinanza è solo fisica, ma il paziente è condannato – da sé o da altri – all’abbandono.
Costretto alla solitudine da una pratica medica che si ritira, perché dimentica che suo compito non è solo guarire, ma curare la persona, o allontanata dal malato, che chiede la morte. L’invocata autonomia, a ben pensarci, non può essere ritenuta un principio, un criterio secondo cui giudicare quale comportamento assumere. È, invece, una facoltà, un aspetto della libertà, che può essere orientato secondo il bene o secondo il male.
Chi rivendica l’eutanasia non dovrebbe appellarsi alla autonomia di ciascuno, ma alla concezione del bene e del male che si possiede, alla visione della vita, del suo significato e del suo destino. Chi rivendica l’eutanasia ha già deciso che la vita non è un bene assoluto, ma relativo alle situazioni in cui si svolge (salute, relazioni umane, aspettative…). Forse, ha già deciso che il malato sia un peso per gli altri, un estraneo per la società dei consumi. Davanti a questi e altri segni di morte, i vescovi italiani annunciano la vita, “un’avventura per persone che amano senza riserve e senza calcoli”; da amare e custodire con responsabilità e coraggio. Sono questi generosi “sì”, che hanno la lungimiranza di chi ha a cuore il futuro.
Marco Doldi
(26 gennaio 2007)