Quotidiani e periodici europei

Il discorso di Bush al Congresso viene variamente analizzato dalla stampa tedesca. “ Chi inizia gli ultimi due anni del proprio mandato con la preghiera di aver ancora un po’ di pazienza, un’ultima volta, di dargli un’ultima possibilità, non è messo bene“, osserva Dietmar Ostermann della Frankfurter Rundschau (25/1). “ Quanto poco oramai Bush sia in grado di determinare l’ordine del giorno a Washington, si è visto dal suo programma di governo. Per metà si trattava di un discorso a favore di un po’ di respiro per l’Iraq. L’altra metà è il tentativo di trovare punti in comune a livello di politica interna con un congresso ora dominato dai democratici. Ma anche qui non è Bush a guidare il gioco: la riforma dei sistemi previdenziali, una riforma per l’immigrazione, la svolta energetica – in tutti questi temi da tempo non è più il presidente che determinava la direzione di marcia negli Usa con idee audaci e grandi visioni“. Sulla Süddeutsche Zeitung (24/1) si legge: “ Bush non è mai stato così debole. Non è più il presidente che rimuginava sull’asse del male nel mondo o sui voli su Marte. È un presidente che non può più nascondere la sua situazione disastrosa: in politica estera non va avanti niente, nella politica interna è di fatto con le mani legate. La cosa più grave è il fatto che gli americani abbiano perso la fiducia nel loro presidente, nelle sue capacità di leader, di risolvere le crisi”. Sulla politica Usa in Iraq, il settimanale Der Spiegel (22/1) intervista Condoleeza Rice sulle reazioni tedesche relativamente alla nuova strategia americana: “ Ho trovato il governo tedesco piuttosto comprensivo rispetto a ciò che tentiamo di fare… Noi crediamo di avere responsabilità verso la regione e verso il mondo, per aiutare l’Iraq ad acquisire stabilità. Comprendiamo anche il fatto che la responsabilità di ciò che l’Iraq farà spetti al governo iracheno e ai cittadini iracheni stessi. Gli Stati Uniti devono fare la loro parte. Ho trovato ampio sostegno per ciò che il presidente è disposto a fare“. All’assassinio del giornalista e scrittore turco-armeno Hrant Dink, ucciso la scorsa settimana a Istanbul da un giovane ultranazionalista, il quotidiano britannico THE GUARDIAN (23/01) dedica un commento che analizza la posizione della Turchia rispetto all’Europa. Il suo omicidio, osserva l’autore del pezzo, ” non è un incidente isolato. Negli ultimi 15 anni, secondo il Comitato di protezione di giornalisti, altri 18 giornalisti turchi sono stati uccisi a causa del loro lavoro mettendo la Turchia all’ottavo posto tra i Paesi al mondo nei quali si muore per motivi professionali”. Rammentando che Dink “aveva già subito numerosi processi per le sue opinioni sull’omicidio di massa degli armeni ottomani nel 1915”, il quotidiano ne ricorda l’impegno “per pacificare questo conflitto storico” che rimane, secondo l’autore, “ uno dei punti chiave, insieme alla questione di Cipro e a quella curda, che la Turchia dovrà risolvere nel suo percorso di avvicinamento all’Europa. Per giustizia verso il Paese stesso, schiacciato tra l’Europa e il Medio Oriente, incatenato ai relitti del proprio passato e in cerca di conciliare le esigenze delle forze in conflitto al suo interno”.”Forza fragile”: così il quotidiano cattolico francese LA CROIX titola l’editoriale del 23/01, dedicato all’abbé Pierre, scomparso il giorno precedente. “ Ci sembrava eterno, eternamente vecchio, fragile, e al tempo stesso sempre arrabbiato e in lotta con le ingiustizie del mondo, mai rassegnato” esordisce Dominique Quinio. Due le sue vocazioni: “ essere prete, ossia al servizio degli uomini, e ribelle. Senza dimora, rifugiati, immigrati: i più piccoli sono stati i suoi compagni” ed oggi “l’opera dell’abbé Pierre proseguirà grazie alla galassia dei suoi movimenti… Senza dubbio sorriderebbe divertito di fronte alla cascata di omaggi che oggi gli vengono giustamente resi, preferendo che il pensiero e le preghiere vengano dedicati ai suoi eredi”. “L’abbé Pierre ha costituito un’eccezione per la Francia; un’eccezione che per oltre mezzo secolo la ha affascinata” osserva Henri Tincq in un’analisi sul quotidiano francese LE MONDE (24/01). “Un Paese volentieri diviso, scristianizzato, ripiegato sui suoi privilegi, si è identificato con questo prete semplice e ribelle, con questo profeta compagno di tutti i dannati della terra”. Ciò rivela, secondo Tincq, che “ la Francia ha bisogno di figure condivise per illudersi di restare unita e di progredire insieme a questi miti. L’abbé Pierre è stato una di queste rare figure che uniscono, sulle quali non si discute ma di fronte alle quali si fa silenzio”.”La Corte di Budapest oggi decide se i capi religiosi sono da considerarsi personaggi pubblici” : è uno dei titoli sulla homepage del 25/01 del sito del quotidiano ungherese MAGYAR NEMZET (www.mno.hu) . “Il tema è divenuto d’attualità durante le ricerche sui presunti collaboratori del regime comunista. Nella vicenda sono coinvolti leader religiosi ebrei, evangelici e cattolici. Se la Corte stabilirà che i responsabili delle Chiese sono soggetti pubblici, l’archivio avrà l’obbligo di consegnare agli inquirenti i documenti secretati prima del 1989”.