EUTANASIA
Il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per gli sudi su matrimonio e famiglia e l’Istituto di bioetica dell’Università Cattolica di Roma hanno inaugurato, nei giorni scorsi, la seconda edizione del Master in bioetica e formazione. Ha tenuto la prolusione, dal titolo “Testamenti biologici: un diritto o una trappola”, Antonio Spagnolo, coordinatore del Centro di bioetica e titolare della cattedra di bioetica all’Università di Macerata. Ha presentato “un’analisi delle concezioni antropologiche soggiacenti i testamenti biologici, nonché delle conseguenze nei rapporti medico-paziente e dei diritti in gioco”, in relazione – si legge nelle motivazioni – alle “tante questioni etiche, riguardanti il diritto a morire, l’accanimento terapeutico, i testamenti biologici, il suicidio assistito, l’eutanasia volontaria”, sollevate negli ultimi mesi. Al termine, la premiazione degli studenti della prima edizione del Master da parte dei due direttori scientifici, il preside dell’Istituto Giovanni Paolo II, Livio Melina, e il direttore dell’Istituto di bioetica della Cattolica, Ignacio Carrasco de Paula.
L’equivoco del diritto. Un tema “di drammatica attualità”, quello dei testamenti biologici, “in relazione ai diversi casi che si sono presentati all’attenzione dell’opinione pubblica – ha detto Antonio Spagnolo – e ai disegni di legge che sono in discussione nel nostro Paese”. Nonostante il gran parlare, però, ha continuato il docente, “rimane ancora una grande confusione nei termini”, riguardo, per esempio, la sospensione dell’accanimento terapeutico e l’eutanasia, con “conclusioni affrettate”.
Un altro “equivoco”, ha continuato Spagnolo, è che il “testamento biologico, o di vita” – cioè, l’espressione di volontà, in piena capacità, circa i trattamenti cui si desideri o no essere sottoposti nel caso in cui, per decorso della malattia o per traumi improvvisi, non si fosse più in grado di esprimere libero consenso – sia un “diritto”, come “quasi una estensione del principio del consenso informato a fondamento dell’azione del medico” e, anzi, come “strumento di alleanza terapeutica e umanizzazione dei rapporti tra medico e paziente”. C’è, invece, una profonda differenza – chiarisce Spagnolo – tra “il cittadino/paziente, che si esprime ora per allora, in condizioni di pieno benessere, e il paziente in atto e cosciente, che esprime preferenza o rifiuto circa i trattamenti”.
In quest’ultimo caso, infatti, “la scelta è inserita all’interno di una relazione medico-paziente-famiglia-società, segue a una informazione diretta del medico, che può valutare le reali capacità del paziente, riguarda una situazione concreta”, che prevede il rinnovo della scelta, secondo le evoluzioni della malattia e della terapia. Dunque, “non esiste un diritto preventivo”. Ma, “rimane il diritto di ogni malato a ricevere trattamenti proporzionati, a rifiutare quelli che sono troppo gravosi rispetto ai benefici, e quindi, a non essere sottoposti a deprecabile accanimento terapeutico”. Il testamento biologico non si trova, però, sulla strada del diritto.
Il coraggio di dire “basta!”. Per Spagnolo, l’esperienza di altri Paesi ne dimostra anche l’inefficacia sul piano pratico di “rispetto del consenso del malato “nel rapporto con la coscienza del medico”. “Negli Stati Uniti si è perfino arrivati a usare il termine enough (basta!), nel rilevare il fallimento dei testamenti di vita”, che “estendono l’autonomia del paziente oltre la capacità di consenso”, ha riferito lo studioso. A fronte di una pressione politica e legislativa, affinché i cittadini esprimessero un consenso preventivo, l’esperienza mostra che soltanto il 18% ha accettato. Poi, “l’oggetto della scelta è sottoposto a grandi cambiamenti”. E “c’è difficoltà a esprimere una preferenza chiara”.
I due terzi di coloro che hanno fatto il testamento biologico, “non lo rendono poi disponibile agli organi competenti”. E la realtà clinica, il più delle volte, non corrisponde a quella cui si riferiscono le indicazioni di volontà. E quindi, “il testamento biologico rischia di essere una dichiarazione di sfiducia, quasi un pregiudizio, nei confronti del medico che si troverà ad agire terapeuticamente”, in quanto “suppone un eventuale accanimento”. Si tratta di “una trappola legislativa, per introdurre l’eutanasia nell’ordinamento”. E allora – è la domanda posta dal coordinatore dell’Istituto di bioetica, in conclusione – “perché anche in Italia dovremmo ripetere gli errori d’oltreoceano?”.
“Se l’obiettivo è salvaguardare la dignità del paziente, la questione del chi decide è marginale rispetto a quella più sostanziale di giungere alla migliore decisione per il malato”. Per questo, non servono testamenti, ma “un rinnovato impegno dei medici e della società nei confronti dei malati”. Così è nato il “Manifesto per il coraggio di vivere e di far vivere” del Centro di bioetica della Cattolica. Perché, ha concluso Spagnolo, “più che disciplinare le dichiarazioni dei pazienti, occorre rinsaldare, nel Paese, la certezza che ogni cittadino riceva trattamenti, cure e sostegni adeguati”.
(26 gennaio 2007)