Un precedente grave

SCIENZA E VITA

Il rapporto tra medico e paziente è già tutelato dalla deontologia medica, e “non ha bisogno di leggi che lo ingabbiano e che lo rendono più debole”. Lo ha detto mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, nella conferenza stampa del 30 gennaio, per la presentazione del comunicato finale dell’ultimo Consiglio permanente.

“La deontologia medica – ha chiarito – prevede già il dialogo tra il medico e il malato in ordine alla cura”. Sì, dunque, al “dialogo”, ma non in un contesto “dove una legge ingabbia e pretende di predeterminare una situazione in cui già il dialogo consentirebbe di rispettare la volontà del malato, ma anche il ruolo del medico. Altrimenti il medico non fa più il medico, se esegue soltanto gli ordini del malato: non ha più una scienza da apportare e una coscienza da esercitare”.

Rispetto al caso Welby, mons. Betori lo ha definito “molto problematico”, perché “in un contesto di ideologizzazione talmente forte diventa difficile sapere cos’è successo realmente”. Betori ha citato comunque “un testimone non sospetto”: l’oncologo Umberto Veronesi, secondo il quale nel caso Welby “eticamente si è trattato di un suicidio”.

Problemi irrisolti. Sono sorpreso di questa conclusione dell’Ordine dei Medici di Cremona, la cui commissione disciplinare ha deciso all’unanimità di archiviare il caso Riccio”: questa la prima reazione del presidente nazionale dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci), Vincenzo Saraceni, alle dichiarazioni del presidente dell’Ordine dei medici di Cremona che ha definito il comportamento del dottor Mario Riccio, anestesista che ha staccato la spina del respiratore di Welby il 20 dicembre scorso, un “comportamento ineccepibile dal punto di vista deontologico”.

Secondo Saraceni, “questa decisione non risolve i problemi, perché dobbiamo chiarire se si è trattato di eutanasia, oppure no. Dire che è ineccepibile, infatti, equivale ad affermare che non è stato un gesto di eutanasia, perché il codice la vieta in maniera esplicita. Ed è proprio questo che non ci sentiamo di accettare”. Infatti, prosegue Saraceni, “ritengo che il Codice deontologico quando si è espresso a favore della possibilità che il paziente chieda la sospensione delle cure, si volesse riferire alle condizioni che possono configurare un accanimento terapeutico e non invece ai provvedimenti salvavita di lunga durata”.

Precedente grave. Se “il caso Riccio sarà dunque archiviato” su decisione all’unanimità della Commissione disciplinare dell’Ordine dei medici di Cremona, ma resta aperto sul caso il fascicolo della procura di Roma, “archiviato non è e non può esserlo il caso vita e morte”. Lo scrivono mons. Vincenzo Rini, direttore di “La Vita Cattolica” di Cremona, e don Giorgio Zucchelli, direttore di “Il Nuovo Torrazzo” di Crema.

“Dove incomincia e dove finisce l’accanimento terapeutico? Dove incomincia e dove finisce il diritto del malato a esigere la sospensione delle cure? Dove incomincia e dove finisce il dovere del medico di assecondare la volontà del paziente? Dove incomincia e dove finisce, invece, il suo diritto a fare scelte responsabili indipendentemente dalla volontà del malato?”, si chiedono i due direttori.

“Si tratta – aggiungono – di questioni a cui una eventuale legge non potrà dare risposte piene ed esaustive”. Infatti, “si chiede una legislazione che regoli il testamento biologico. Ma una eventuale legge sarà fatta nel rispetto del valore della vita oppure sarà pensata e voluta come anticamera della legalizzazione dell’eutanasia?”.

In realtà, concludono Rini e Zucchelli, “la conclusione assolutoria del caso Riccio apre più questioni di quante sembri risolverne. Per intanto si apre un precedente grave che potrà diventare davvero pericoloso per la vita e la sua tutela e che contribuirà certamente ad aumentare la confusione ormai gravissima sui valori fondamentali della vita e della dignità umana”.

(02 febbraio 2007)