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I media tedeschi commentano la decisione del governo Merkel di inviare aerei di ricognizione in Afghanistan. Così scrive Arnd Festerling sulla FRANKFURTER RUNDSCHAU (8/2): “ In Afghanistan c’è la guerra….A questa guerra, le forze armate tedesche hanno finora partecipato solo in modo circoscritto…. Con i Tornado diventa un po’ più attiva… Ma non con aerei da combattimento, bensì da ricognizione, da effettuarsi per mandato solo per le forze di pace Isaf nei confronti dei Talebani e non per le unità di Enduring Freedom che combattono nel sud, soprattutto degli americani…. Ma in Afghanistan, i piloti devono tacere ai soldati di Enduring Freedom, anche se dovessero scoprire agguati contro gli americani o i britannici? Lasciarli alla loro rovina? O non interverranno invece con armi, se la vita degli alleati a terra è minacciata?”[…] “Entriamo in guerra. In modo passivo, come è possibile farlo con gli aerei da ricognizione. Ci vuole un po’ di fortuna perché non diventi attivo“. E sulla FRANKFURTER ALLGEMEINE ZEITUNG si legge: “ I Tornado devono scoprire il nemico in modo da poterlo combattere. Il terrorista con il lanciarazzi antiaereo sulla spalla non sarà in grado di comprendere la sottile differenza tra aerei di ricognizione buoni e i bombardieri cattivi chiamati dai ricognitori […] è addirittura grottesco immaginare che i risultati della ricognizione possano essere nascosti alle truppe alleate che combattono direttamente i terroristi a causa dell’inviolabilità dei limiti del mandato. Nel lungo periodo, queste cautele possono compromettere la base di qualsiasi alleanza. In Afghanistan non si tratta solo di tener sotto controllo un pericolo che già minaccia la Germania. Nell’Hindukush si deciderà anche il destino della Nato“. “L’oscuramento della memoria del martirio fa parte della strategia delle persecuzioni”, afferma Dariusz Karlowicz nell’intervista pubblicata dal settimanale cattolico GOSC NIEDZIELNY (4/2007) rispondendo alla domanda sui motivi per i quali vengono messe a tacere le notizie sui martiri contemporanei. “E finito il secolo che per i cristiani è stato un’ecatombe. Entrambi i sistemi totalitari che hanno devastato l’Europa hanno avuto un atteggiamento ostile nei confronti del cristianesimo. Distruggere la Chiesa era uno degli obiettivi più importanti del comunismo. Si poteva pensare che l’enormità dei crimini commessi avrebbe portato al termine dell’epoca delle persecuzioni. Ma questo non è successo. E, cosa ancora più strana, alle persecuzioni di oggi si accompagna una stupefacente indifferenza da parte dei media in Europa. Questo è un’importante prova di quanto selettiva ed anticristiana può essere la sensibilità degli europei”, ribadisce. E, alla domanda, perché si parla così poco delle persecuzioni dei cristiani perpetrate ai giorni nostri risponde: “Bisogna ricordare che sminuire e distogliere l’attenzione dalla testimonianza è un’indubbia priorità per la diabolica politica dell’informazione. Il testimone è la sentinella nella nostra realtà di una realtà inaccessibile alla conoscenza, di quello che è dall’altra parte”. E’ dedicata ai traumi provocati dalla guerra ai bambini iracheni la prima pagina del quotidiano britannico THE GUARDIAN (06/02). “Crescere in zone di guerra ha il suo prezzo, dato che – osserva Michael Howard i ragazzi giocano simulando omicidi e mutilazioni“. Da un’inchiesta condotta per tre mesi dal quotidiano tra genitori, medici e insegnanti, risulta che “incubi, mutismo, attacchi di panico e atti di violenza contro altri bambini e a volte contro i propri genitori sono per i piccoli all’ordine del giorno”; “ferite mentali ed emotive che secondo gli psicologi e le associazioni per l’infanzia – annota Howard – vengono sottovalutate e non curate”. Per l’Api (Associazione psicologi iracheni), “sono milioni i bambini traumatizzati dalla violenza”. Di qui, sottolinea Howard, il dovere della “ comunità internazionale di intervenire con urgenza per aiutarli, attraverso unità specializzate e programmi di salute mentale” altrimenti, come affermano autorevoli psichiatri, “ vi è il rischio che i bambini interiorizzino la violenza per poi utilizzarla come modalità di vita quotidiana”. Il 7 febbraio si è aperto a Parigi il processo al settimanale “Charlie Hebdo”, perseguito per la pubblicazione nel febbraio 2006 delle caricature di Maometto. “E’ troppo semplice nascondersi dietro al solo diritto alla libertà di espressione – osserva Michel Kubler nell’editoriale del quotidiano cattolico francese LA CROIX (07/02) -. Essa deve essere considerata un fondamento della democrazia… ma occorre, al tempo stesso, tenere conto di un altro diritto: inscindibile dalla libertà d’espressione vi è la libertà d’opinione, compresa quella in materia di religione”. Per Kubler le difficoltà iniziano “quando queste due libertà si pongono in conflitto, come è accaduto, violentemente, nella vicenda delle caricature di Maometto”. Per l’editorialista, “la risposta a tale conflitto tra due diritti non risiede nella squalifica dell’uno rispetto all’altro, ma nell’individuazione di un male minore, in nome del quale l’uno rinuncerà, per un po’, alle sue prerogative”.