TURCHIA

Identità più forte

Cosa sta cambiando nella Chiesa e nel Paese dopo la visita del Papa?

“Contro le forti spinte nazionalistiche, la Turchia deve proseguire il percorso verso un processo democratico che ammetta il pluralismo e riconosca le minoranze. Solo in questo modo essa può mostrare all’Europa che è pronta all’ingresso nell’Unione”. È questo il pensiero della Chiesa sulla situazione politica turca, come espresso da mons. LUIGI PADOVESE , 59 anni, padre cappuccino originario di Milano, dal 2004 vicario apostolico per l’Anatolia. Dalla città di Iskenderun, nel sud della penisola turca, dove risiede, mons. Padovese vive con attenzione e speranza le vicende legate al rapporto tra Turchia e Chiesa cattolica, nonché l’attenzione crescente che il mondo intero dedica al Paese mediorientale. UNA CONSEGUENZA IMPORTANTE. “La Turchia è considerato un ponte tra mondo islamico e mondo cristiano, o se si preferisce occidentale – spiega mons. Padovese – e gli avvenimenti di questi ultimi mesi hanno acceso un interesse che fino a prima non c’era: dall’assassinio di don Andrea Santoro al viaggio del Papa, dalla richiesta di entrare in Europa fino alla recente uccisione del giornalista armeno Hrant Dink”. “Il viaggio del Santo Padre – continua – ha avuto una conseguenza importante: ha modificato in senso positivo il modo di vedere la Chiesa del popolo turco. La campagna denigratoria nei confronti di Benedetto XVI e della Chiesa, avviata in particolare dopo il discorso di Ratisbona, è stata pesante e ha influito molto sull’opinione pubblica, spinta a pensare ad un Papa integralista e contrario all’ingresso della Turchia nell’Ue. Ora l’immagine, veicolata anche dalla stampa, è diversa: da tempo non si segnalano quelle aggressioni denigratorie che prima erano quotidiane”. UN SÌ CONDIZIONATO. Quanto alla questione dell’ingresso della Turchia nell’Ue, “la posizione dei vescovi, non solo cattolici – prosegue mons. Padovese – è quella di un sì condizionato. I Paesi europei hanno forti interessi economici e i rapporti commerciali si sono infittiti, ma noi riteniamo che sia da tenere vivo in primo luogo il raccordo culturale: la questione della laicità e del riconoscimento delle minoranze etniche non può andare in secondo piano”. In effetti, il riconoscimento giuridico della Chiesa cattolica da parte dello Stato turco ancora non c’è, benché a seguito della visita papale sia stata inoltrata la richiesta di una commissione congiunta – tra Chiesa e rappresentanti del governo locale – per studiare la questione. “E’ un problema che riguarda anche altre minoranze e confessioni – prosegue mons. Padovese – e su questo influisce il fatto che finora ognuno ha seguito la propria strada, non siamo riusciti a fare una voce forte, unica”. Il problema non è secondario, ha molti riflessi di ordine pratico: non ultimo la difficoltà a conoscere il numero dei cristiani. “I cattolici di rito latino sono stimati forse in 30mila, i cristiani in circa 100mila: ma, non essendo riconosciuti, non possiamo contarci. In realtà, siamo certamente molti di più: vi è una importante fetta di persone che, per motivi di sicurezza e di tranquillità, ha rinunciato a professare la propria fede o si dichiara musulmano. Ma ci riesce difficile credere che i milioni di cristiani che ad inizio ‘900 vivevano in Turchia siano ridotti a così poche migliaia”. Alcune chiese storiche sono visitabili solo perché considerate come musei: per celebrarvi qualche messa, ogni tanto, i fedeli sono obbligati a richiedere il permesso, non sempre concesso, e a pagare il biglietto d’ingresso. “Persino il turismo può venire in aiuto ai cristiani di Turchia”, sottolinea mons. Padovese. ATTEGGIAMENTO PRUDENTE. L’atteggiamento “prudente” non è solo appannaggio di molti cristiani: “Anche la parte non nazionalista dei turchi vive in questo modo. La partecipazione di una gran folla alla manifestazione per il giornalista armeno ha però chiarito come gran parte della popolazione sia stanca di questo stato di cose”. Uno dei pericoli che l’islam turco paventa è quello del proselitismo della Chiesa: un’accusa che secondo mons. Padovese è infondata. “La Chiesa cattolica e quella ortodossa non fanno proselitismo – spiega – lo fanno invece alcuni piccoli gruppi protestanti, poche centinaia di persone. Il fenomeno, insomma, non esiste: è stato strumentalizzato ed è servito per creare un nemico e una certa unità tra le diverse anime nazionaliste del Paese”. “La Turchia – prosegue Padovese – è un grande mosaico in cui le diverse tessere devono tornare ad avere i colori originali: bisogna far capire che si può essere un buon turco, fedele alla bandiera, anche se si è cristiano o se si è di origine curda o armena”. L’assassinio di don Andrea Santoro, avvenuto appena un anno fa, il 5 febbraio 2006, “ha rafforzato la nostra identità di fedeli. C’è una maggiore presa di coscienza di cosa significa e di cosa comporta l’essere cristiano. E c’è molta più attenzione alla realtà dei cristiani di Turchia, attenzione che non avremmo avuto senza la morte di don Santoro”.