EMILIA ROMAGNA
I diritti dei carcerati
Una legge regionale per tutelare i diritti dei carcerati. La proposta è stata presentata nei giorni scorsi all’assemblea legislativa dell’Emilia Romagna dai gruppi politici di maggioranza, sotto il titolo “Disposizioni per la tutela delle persone limitate e private legalmente della libertà nella regione Emilia Romagna”. Un provvedimento che si propone d’intervenire “in tutti i settori già oggetto delle precedenti intese con lo Stato: tutela della salute, attività socio educative, sostegno alle donne detenute, istruzione e formazione professionale dei detenuti, formazione professionale degli operatori penitenziari, prestazione di attività lavorativa da parte dei detenuti”.In Regione vi è una struttura carceraria in ogni provincia, oltre al carcere minorile del “Pratello” a Bologna; sempre nel capoluogo emiliano vi è il Centro di permanenza temporanea, che è tuttavia escluso dal provvedimento. Tutte le strutture sono sovraffollate: prima dell’indulto il carcere bolognese della “Dozza” ospitava 1.100 detenuti, contro una capienza di 480; ora ve ne sono circa 800.Detenuti e sanità. Condivide “l’impianto del provvedimento” Desi Bruno, garante dei diritti delle persone private della libertà personale per il Comune di Bologna, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto sanitario. “Un terzo della popolazione carceraria è tossicodipendente: ne deriva che le esigenze di cura rivestono un’importanza notevole all’interno del carcere”. I detenuti “devono essere trattati come gli altri cittadini e avere parità di trattamento per l’accesso alle cure e all’assistenza sanitaria”, ma in realtà così non è.Oggi la medicina penitenziaria fa capo al ministero della Giustizia, che dovrebbe coprire la spesa di medici e medicine all’interno delle carceri, anche se “già da anni la Regione Emilia Romagna contribuisce al pagamento della spesa farmaceutica”. Ora “il taglio dei fondi operato dall’ultima finanziaria significherebbe un’ulteriore riduzione delle cure per i detenuti, per cui viene al momento opportuno questo progetto di legge, che rivendica una presa in carico integrale dell’aspetto sanitario da parte del Servizio sanitario nazionale”. La mancanza del lavoro. La sanità, tuttavia, non è l’unico problema dei detenuti. “Oltre il 50% è composto da extracomunitari aggiunge Bruno : servono dunque mediatori culturali e insegnanti. E poi il lavoro, che dovrebbe essere il fulcro del trattamento carcerario, è il grande assente”. Spesso chi sta scontando una pena vuole lavorare: “Un’occupazione – precisa il garante è fonte di autonomia, permette di guadagnare e magari aiutare la famiglia che sta all’esterno”. A tal proposito, il progetto di legge “sostiene l’avvio e lo sviluppo di attività di orientamento, consulenza e motivazione al lavoro, prevedendo forme di integrazione con i servizi per l’impiego già presenti sul territorio”.Oggi, però, “la realtà è diversa: i detenuti non lavorano e restano a marcire nelle celle”, denuncia Giuseppe Tibaldi, presidente dell’Associazione volontari del carcere (Avoc) di Bologna. E anche “quella piccola percentuale a cui viene data un’opportunità, svolge spesso lavori dequalificati, come pulire i corridoi o portare le vivande”. Da alcuni anni vi è, nel carcere di Bologna, anche una tipografia “che produce lavori di qualità, ma sono pochi a poterci lavorare”. La ricetta, secondo Tibaldi, è “depenalizzare il più possibile e concedere forme di custodia attenuata per aumentare le possibilità di lavoro esterno”. Difficile, invece, mettere in piedi un’attività all’interno delle mura di cinta: “Anche solo portare dentro i materiali necessari osserva è un’impresa, richiede tempi lunghi e innumerevoli passaggi burocratici”.Una questione di fondi. Pur plaudendo al progetto di legge, dunque, il presidente dell’Avoc osserva come “iniziative del genere siano costose: spesso vengono delineati dei piani d’azione, ma poi restano sulla carta perché non vi sono i fondi necessari”. È il caso dell’attuale regolamento carcerario: secondo Tibaldi “tutti gli aspetti più innovatori contenuti nel regolamento sono ancora inattuati” e “vi è una voglia sempre minore di investire nel recupero dei detenuti, che va di pari passo con l’abbattimento del welfare”.La questione dei finanziamenti non è problema da poco. Destinare risorse al carcere è “un investimento in termini sociali, significa fare prevenzione”, conviene Desi Bruno. Occorre perciò “cominciare a ragionare diversamente in tal senso e non limitarsi a interventi palliativi”. Pensiamo alle donne, per esempio. “Quando si affronta l’argomento delle detenute madri sottolinea Bruno , spesso al carcere sarebbero preferibili appartamenti a loro destinati, dove possano vivere in semilibertà e accudire i loro figli, ma per far ciò servono risorse che non ci sono”. Le fa eco Tibaldi: “Ancora oggi nascono bambini in carcere, vivendo in quell’ambiente i primi momenti della loro vita, fino al giorno in cui devono uscire e separarsi dalla mamma: è un’esperienza drammatica, a cui molte volte si potrebbe porre rimedio”.a cura di Francesco Rossi(23 febbraio 2007)