TOSCANA

Una “cultura” malata?

Servizio sanitario: interrogativi e preoccupazioni

Cosa succede nella sanità toscana? Dopo il trapianto da sieropositiva che ha contagiato tre pazienti, il sistema toscano, e in particolare Careggi, è finito di nuovo sotto accusa per il bambino di 22 settimane sopravvissuto sei giorni ad un aborto terapeutico, dopo una diagnosi – rivelatasi poi non vera – di una malformazione all’esofago, tra l’altro curabile al 97%. Le interrogazioni di Udc e di An hanno costretto l’assessore alla salute Enrico Rossi a riferire in consiglio regionale. Una relazione iniziata con la “certezza”, ribadita da Rossi, “che in questo caso non ci sono stati errori e la legge 194 è stata applicata”. Nel dibattito che è seguito il capogruppo dell’Udc Marco Carraresi ha chiesto a Rossi se il ritardo di venti minuti nell’assistenza al neonato da parte dei medici di terapia intensiva neonatale sia stato la causa della morte e se questo sia una “prassi ordinaria”.Ricordando i “paletti” che la legge 194 pone all’aborto oltre i 90 giorni Carraresi ha criticato la «cultura» che anima il sistema sanitario toscano in questo settore, con un apparato di procedure difficili da seguire. Il Consiglio ha respinto (con il no dell’Unione e di Rifondazione) le due mozioni presentate insieme dai partiti del centrodestra e del gruppo misto. La prima chiedeva l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle “gravi inefficienze e responsabilità emerse rispetto al sistema trapianti e all’applicazione della legge 194”. La seconda affidava alla Commissione regionale di bioetica, insieme ai comitati etici locali, il compito di redigere un codice di autoregolamentazione per valutare la possibilità di abbassare il limite cronologico per l’aborto terapeutico non oltre la 22ª settimana.La chiesa è vicina. Sull’argomento è intervenuto il card. Ennio Antonelli, arcivescovo di Firenze: “Ai genitori mi sento di dire che la Chiesa è vicina a loro, ha cura di loro, che vuole accompagnarli a superare la tragica vicenda, ma nella chiarezza etica dei principi. Mi addolora la sofferenza dei genitori, ma mi addolora anche che si sia ucciso un bambino che, sano o malato, è sempre un bambino”. “L’aborto è una soluzione troppo sbrigativa – ha concluso Antonelli -. Bisognerebbe farsi prossimi alle madri quando sono in attesa ed eventualmente ricordare che c’è la possibilità di non riconoscere il bambino ed anche di partorire nell’anonimato”.Il problema è che spesso la gravidanza viene vissuta come una malattia. E con l’ansia che il bambino abbia la pur minima imperfezione. Parola di Carlo Bellieni, neonatologo al Policlinico Le Scotte di Siena. “Queste interruzioni di gravidanza oltre i 90 giorni – spiega -vengono espletate spesso come se fossero un parto, provocando le contrazioni e facendo nascere il bambino in maniera molto prematura. Oggi il bambino può essere rianimato in epoca molto più precoce rispetto a quanto avveniva nel 1978, quando venne approvata la legge 194. A quell’epoca prima delle 28 settimane un bambino difficilmente sopravviveva. Oggi può sopravvivere dalle 22 settimane in poi”. Situazione paradossale. La legge 194 avrebbe dovuto allora prevedere un termine più preciso anche per l’aborto terapeutico? “Il legislatore – risponde Bellieni – prevedeva che la scienza e la medicina sarebbero andate avanti. Quindi se il criterio era quello di non uccidere il bambino già nato, giustamente non è stato previsto un termine. Altrimenti si avrebbe avuta una situazione ancora più paradossale: provocare la nascita di bambini prematuri ed o essere obbligati a lasciarli morire”.In Toscana nel 2004 (ultimi dati disponibili) gli aborti oltre la 21ª settimana sono stati 36. “Noi abbiamo l’obbligo di rianimare i bambini abortiti – sottolinea il neonatologo – se vediamo che il bambino è vitale. Ma mettiamo che un bambino venga abortito perché non ha un dito; se fosse stata portata a termine la gravidanza la mamma avrebbe potuto non riconoscerlo e in tutta segretezza darlo in adozione: sarebbe stato un bambino senza un dito. In questa maniera, facendolo nascere prematuramente a 22-23 o 24 settimane nascerà molto facilmente anche con un danno cerebrale. O potrà morire nonostante le cure”. Esigenze di “mercato”. Dietro a questo c’è un approccio alla maternità che sta cambiando: “Si arriva a fare un figlio solo, selezionandone le caratteristiche con la diagnosi preimpianto, fortunatamente proibita in Italia”, osserva il neonatologo. In questa mentalità si inserisce anche il boom delle diagnosi prenatali. “In Italia abbiamo il record mondiale delle ecografie in gravidanza. Consideri che di norma se ne dovrebbero fare da una a tre, mentre in Italia la media è di 6,7 per donna. E in alcune regioni oltre il 50% delle gestanti fa l’amniocentesi, che comporta il rischio di perdita del bambino. Si calcola che in Italia ogni anno muoiono 500 bambini sani per effetto dell’amniocentesi”, esame che, oltretutto, “individua solo tre malattie genetiche su circa diecimila. C’è un mercato – conclude Bellieni – e la diagnosi prenatale soggiace alle esigenze di mercato: chi vuole fare venti ecografie in teoria le può fare”.a cura di Simone Pitossi(28 marzo 2007)