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Il Papa a Strasburgo?

Due inviti per il 2008, a 20 anni dalla visita di Giovanni Paolo II

Due inviti a distanza di pochi giorni. Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile Benedetto XVI ha ricevuto in udienza privata prima il presidente del Parlamento Ue, il tedesco Hans-Gert Poettering, poi quello dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, l’olandese René van der Linden. I due politici hanno espresso il desiderio di avere come ospite il Papa nelle rispettive sedi di Strasburgo. Ora le diplomazie sono al lavoro: in realtà le due istituzioni sperano di ricevere il Pontefice nella città alsaziana nel 2008, a vent’anni dal viaggio del predecessore Giovanni Paolo II. IL DIALOGO TRA LE RELIGIONI. Il presidente dell’Europarlamento, HANS-GERT POETTERING , è stato ricevuto in udienza privata in Vaticano da Benedetto XVI il 23 marzo, alla vigilia delle celebrazioni per il cinquantesimo della firma dei trattati istitutivi della Comunità europea. Il colloquio, ha spiegato il politico al termine dell’incontro, “s’è concentrato in particolare sul dialogo delle religioni e delle culture”. “Un dialogo fra le culture, fondato sulla sincerità e la tolleranza – ha aggiunto -, può gettare dei ponti sia all’interno della società europea, sia fra l’Ue, i paesi vicini e quelli dell’altra sponda del Mediterraneo. E le religioni possono giocare un ruolo importante in questo dialogo”. Il presidente dell’Eurocamera ha quindi spiegato di aver rivolto l’invito a Ratzinger a intervenire con un’allocuzione al Parlamento Ue riunito in plenaria. GARANTIRE PACE E STABILITÀ. Il 2 aprile è stata la volta di RENÉ VAN DER LINDEN , presidente dell’Assemblea parlamentare CdE, accolto dal segretario di Stato della Santa Sede, Tarcisio Bertone. Nell’occasione, il rappresentante dell’Apce ha “reiterato l’invito a sua Santità a rivolgersi all’Assemblea parlamentare nel corso di una delle sue prossime sessioni plenarie”. Anche Van der Linden, lasciando il Vaticano, ha insistito sull’urgenza di creare una maggior comprensione tra i popoli e le fedi. Infatti secondo il presidente Apce, “la globalizzazione ha messo in stretto contatto le culture e le religioni. Tale vicinanza può essere fonte di ricchezza, ma anche motivo di incomprensioni. La nostra convinzione è che il dialogo interculturale e interreligioso sia il solo modo per garantire pace e stabilità a lungo termine in Europa e nel mondo”. WOJTYLA A BRUXELLES E STRASBURGO. I tempi per definire l’eventuale data e il programma della visita non sono brevi. Ugualmente elaborata fu la preparazione dei due appuntamenti fra Giovanni Paolo II e la Cee. Il primo “faccia a faccia” si tenne nel maggio 1985, quando Wojtyla era in visita in Benelux. Dapprima egli rivolse un discorso ai rappresentanti della Comunità presenti a Lussemburgo, quindi si recò nella sede Cee di Bruxelles, ricevuto dall’allora capo della Commissione, il francese Jacques Delors. Ancor più intensa fu la tappa a Strasburgo, dall’8 all’11 ottobre 1988. Nell’emiciclo dell’Assemblea del Consiglio d’Europa egli parlò dell’importante ruolo dell’Organizzazione internazionale, capace di promuovere la pace e di battersi per la difesa dei diritti umani nel vecchio continente; quindi ricordò la necessità di tutelare la famiglia quale cardine della società; poi si soffermò a parlare dei problemi legati alla difesa della vita e della ricerca sugli embrioni. Non mancò un passaggio alla Corte dei diritti dell’uomo. TRE COMPITI PER LA COMUNITÀ. Si era alla vigilia degli avvenimenti politici che avrebbero portato alla caduta del Muro di Berlino. E in un intervento “profetico”, il Pontefice toccò numerosi argomenti, fra cui l’identità culturale dell’Europa segnata dal retaggio cristiano; il dovere di preservare le “diversità” culturali dei singoli paesi; la vocazione mondiale della Comunità, cui spetta “di consacrare risorse ed energie nuove al grande compito dello sviluppo dei paesi del Terzo mondo”. Quindi un paragrafo dedicato all’auspicato allargamento a est della Cee, “quest’altro polmone della nostra stessa patria europea”. Wojtyla concludeva enunciando tre campi – attualissimi ancor oggi – in cui l’Europa unita “dovrebbe riprendere un ruolo di faro nella civilizzazione mondiale”: “Innanzitutto riconciliare l’uomo con la creazione, vegliando sulla preservazione dell’integrità della natura” e delle “sue risorse limitate”; “poi, riconciliare l’uomo con i suoi simili, accettandosi gli uni gli altri quali europei di diverse tradizioni culturali o correnti di pensiero, accogliendo gli stranieri e i rifugiati, aprendosi alle ricchezze spirituali dei popoli degli altri continenti”. Infine, “riconciliare l’uomo con se stesso: lavorare per la ricostruzione di una visione integrale e completa dell’uomo e del mondo, contro le culture del sospetto e della disumanizzazione, una visione in cui la scienza, la capacità tecnica e l’arte non escludono ma suscitano la fede in Dio”.