È una “litania sanguinosa” quella che “ormai scandisce, oltre al quotidiano dell’Iraq, anche” quello dell’Afghanistan. “Otto soldati della Nato uccisi lo scorso 8 aprile, e l’esecuzione dell’interprete afgano” del giornalista italiano Mastrogiacomo, oltre al rapimento di due cooperanti francesi di “Terre d’enfance”, sono solo alcuni dei casi elencati dall’editoriale del quotidiano francese LE MONDE (10/04). “Cronaca che richiama Bagdad” ma, avverte l’autore del pezzo, “occorre guardarsi dai paragoni approssimativi” perché si tratta di “due teatri ben distinti”, sia “per quanto riguarda la legittimità del mandato delle truppe straniere operanti in ogni Paese”, sia “per l’assenza, in Afghanistan, di una guerra civile sanguinosa come quella che oppone sciiti e sanniti in Iraq”. “Eppure – si chiede l’editorialista – come non essere inquieti per l’irachizzazione dell’Afghanistan? L’ostilità a truppe occidentali percepite come occupanti, l’impotenza di uno Stato corrotto, l’importazione di tecniche di guerriglia sempre più sofisticate drogano l’insurrezione dei talebani che impone ormai le sue esigenze. Il dopo 11 settembre verrà liquidato da un nuovo fiasco?”. “Spetta alla comunità internazionale impedirlo mobilitandosi a favore dell’Afghanistan”, conclude l’editoriale.”Ma il Marocco non era uno dei Paesi del Maghreb che, negli ultimi anni, più aveva segnato passi in avanti sul fronte dell’apertura alla modernità? E Mohammed VI non è forse considerato uno dei leader arabi più illuminati?”. Sono gli interrogativi posti da Gerolamo Fazzini nell’editoriale del quotidiano cattolico italiano AVVENIRE (11/04) all’indomani dell’ultimo episodio di violenza terroristica che ha avuto per teatro un quartiere di Casablanca, e che ha seguito di un mese l’esplosione in un Internet cafè della medesima città. Gli inquirenti parlano di “una rete assai pericolosa e in piena attività” osserva il giornalista, sottolineando inoltre che “di origine marocchina sono la maggior parte degli imputati accusati e dei terroristi rimasti sul terreno nel corso della strage di Madrid (191 morti)”. Per Fazzini, “il futuro politico di Rabat e dei Paesi confinanti tocca da vicino anche il Vecchio Continente”. Ecco perché “occorre analizzare con molta attenzione quanto accade in quell’area”, una “transizione tutt’altro che lineare, il cui esito sarà decisivo per gli anni a venire”. Oltre ai “cambiamenti nel segno della modernità”, l’editorialista si sofferma sull’ “altra faccia della medaglia”. “La terza forza politica del Paese è un partito di chiara ispirazione islamista” che “conta 42 seggi in Parlamento (triplicati nelle ultime consultazioni)” e che denuncia la corruzione, “l’occidentalizzazione crescente e la perdita d’identità dei musulmani del Marocco”. Anche Algeria e Tunisia “si trovano in mezzo al guado, alle prese con spinte riformiste e infiltrazioni estremiste. Una tenaglia che tiene ostaggio questi Paesi e ne ipoteca fatalmente il futuro”.Sul programma atomico iraniano, numerosi i commenti della stampa tedesca. “Le notizie di giubilo di Teheran su presunti avanzamenti nel programma atomico iraniano non significano che il Paese sia vicino alla realizzazione della sua prima bomba atomica”, osserva la FRANKFURTER ALLGEMEINE ZEITUNG (11/4). “Ma il processo dimostra quanto alacremente i Mullah stanno lavorando ad una pericolosa tecnologia chiave. Non va dimenticato che l’arricchimento dell’uranio, definito da Ahmadinejad un progetto decisivo per il destino del Paese, viene effettuato quasi esclusivamente nei Paesi che dispongono di armi nucleari. Chi vuole utilizzare l’energia atomica ai soli fini di produzione dell’energia, lo può fare anche senza l’arricchimento nel proprio Paese. Già solo per questo non è il caso di fidarsi degli iraniani per quanto riguarda la questione atomica, anche se molti europei vorrebbero farlo”. “È dunque opportuno riprovare con sanzioni più severe. Le misure coercitive finora promosse dal consiglio di sicurezza dell’Onu, hanno dato effetto, originando il primo serio dibattito a Teheran sulla politica atomica. Il potere di Ahmadinejad non è più così saldo rispetto a quanto dà a vedere con i suoi grandi discorsi. L’offerta dell’Ue per risolvere la crisi è generosa ed equa: sembrerà vantaggiosa quando salirà il prezzo che l’Iran dovrà pagare per la sua testardaggine”.Sulla FRANKFURTER RUNDSCHAU, Brigitte Kols scrive: “Il contenuto del discorso del presidente iraniano fa paura non solo per l’aspetto esterno ma anche per i suoi contenuti”[…] “E la provocazione si ripercuote da New York a Washington, da Londra a Bruxelles fino a Berlino”. […] “Una guerra di nervi che dovrebbe strappare trattative senza prerequisiti’. Non importa se la conseguenza è la paura: la strategia assordante di Teheran non può andare avanti così”.